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L’export tiene ma l’incertezza sui dazi non può durare

Giansanti e Ponti contro i dazi al 10%: l'UE deve difendere i propri interessi e puntare a "dazi zero".
Articolo di Marco Fortis in esclusiva per EDI

Nel primo trimestre 2025 l’Italia si conferma quarta nell’export mondiale esclusi gli autoveicoli. In ripresa l’export verso la Germania. Ma pesa l’incognita dazi nei rapporti coi clienti e sulla definizione dei prezzi con le catene commerciali.

Infuria la guerra dei dazi scatenata dal presidente USA Donald Trump, per ora più con minacce e parole che coi fatti. Ma l’incertezza regna sovrana tra gli operatori economici di tutto il mondo che vivono questi giorni come sospesi in un limbo, impossibilitati ad intrattenere rapporti normali con i fornitori, i clienti e le catene commerciali. I dati del commercio mondiale dei primi mesi del 2025 presentano andamenti anomali anche a causa di fenomeni di accaparramento di prodotti che hanno interessato il mercato americano proprio nel timore di futuri rialzi delle tariffe. Il Made in Italy si sta difendendo bene, tenuto conto del caos che imperversa sui mercati internazionali. Appare in ripresa l’export verso la Germania, dopo due anni in calo. Ciò potrebbe controbilanciare, almeno sul piano macroeconomico, eventuali perdite sul mercato americano. Delude il mercato cinese. Cresce invece l’export verso i Paesi OPEC e del Mercosur, l’Oceania e l’area ASEAN. In forte aumento l’export verso gli USA, anche per effetto di vendite straordinarie di farmaci.

Italia quarta nell’export mondiale esclusi i veicoli

Nel primo trimestre 2025 l’Italia ha occupato il quinto posto nell’export mondiale, con 169 miliardi di dollari. Infatti, escludendo i Paesi Bassi e Hong Kong (in quanto prevalentemente nazioni di transito e di re-export, con valori gonfiati), l’Italia è stata preceduta soltanto dai giganti Cina (844 miliardi di dollari), Stati Uniti (523 miliardi) e Germania (417 miliardi), mentre è stata sopravanzata di poco dal Giappone (177 miliardi). Alle spalle del nostro Paese si sono collocate la Corea del Sud (159 miliardi), il Regno Unito (154 miliardi) e la Francia (153 miliardi).

Escludendo i veicoli, che pesano solo per l’8% negli scambi internazionali, nel restante 92% dell’export mondiale l’Italia si è confermata saldamente al quarto posto tra i principali Paesi esportatori, con 157 miliardi di dollari, davanti a Svizzera (trainata in misura anomala da un export eccezionale di oro e prodotti farmaceutici a seguito di accaparramenti nella fase pre-dazi USA), Francia, Regno Unito e lo stesso Giappone (che, esclusa l’auto, ha un export molto meno differenziato e importante di quello italiano). Un quarto posto eccezionale per l’Italia, consolidato soprattutto negli anni post-pandemia, considerando che solo dieci anni fa, nel primo trimestre 2015, l’Italia era settima nell’export esclusi i veicoli, preceduta anche da Francia, Corea del Sud e Giappone. Dunque, in appena un decennio il nostro Paese ha guadagnato ben tre posti in questa particolare classifica.

In ripresa l’export verso la Germania

Nei primi quattro mesi del 2025, secondo i dati Istat, per la prima volta dopo tanto tempo l’export italiano verso i Paesi UE è cresciuto significativamente (+2,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) ed è andato meglio di quello verso i Paesi extra-UE (+2,1%). Quest’ultimo, in base alle prime stime preliminari, ha poi subito una brusca battuta d’arresto a maggio (-5,2% su maggio 2024), con il risultato che nei primi cinque mesi del 2025 si è attestato a un modesto +0,5%.

Per contro, l’export verso i Paesi UE nei primi quattro mesi ha evidenziato una buona ripresa delle esportazioni dell’Italia verso la Germania (+4,1%, circa 1 miliardo di euro in più rispetto al gennaio-aprile 2024). La ripartenza della Germania si è associata con quella del Nord Europa che ha trainato l’export italiano anche verso la Cechia (+8,5%, pari a +231 milioni), la Polonia (+2,3% pari a +153 milioni), i Paesi Bassi (+3,5% pari a +222 milioni) e la stessa Francia (+1,8%, pari a +376 milioni). L’aumento dell’export italiano verso questi cinque Paesi UE è stato nei primi soli quattro mesi di quest’anno di ben 2 miliardi circa. Ciò può costituire di per sé un importante baluardo contro eventuali dazi americani. Perlomeno in termini aggregati perché poi l’impatto di possibili tariffe USA sulle singole imprese e su singoli prodotti e settori è chiaramente diverso e c’è chi, tra i vari esportatori del Made in Italy, potrebbe soffrirne significativamente. Ad ogni buon conto, in termini macroeconomici, in base a recenti stime della Svimez, l’export italiano verso gli Usa si ridurrebbe del 4,3% nel caso di dazi orizzontali al 10%, con una contrazione in valore di 2,9 miliardi di export su base annua. Ciò significa che la ripresa delle esportazioni italiane verso i succitati 5 Paesi UE, già dell’ordine di 2 miliardi in appena quattro mesi, da sola basterebbe a più che controbilanciare l’impatto di un simile scenario negativo.

Export italiano verso la Cina in caduta libera, in aumento negli USA (anche per accaparramenti di farmaci), tirano Paesi OPEC e Mercosur

Nei primi cinque mesi del 2025, intanto, è continuato il calo dell’export italiano verso la Cina (-13,2%, pari a -868 milioni di euro), anche a causa dei cambiamenti dei modelli di consumo in corso in quel Paese, oltre che per il venir meno degli straordinari flussi di farmaci dall’Italia verso Pechino degli anni del Covid. Per contro, anche grazie alla spinta di vendite eccezionali di prodotti farmaceutici, le esportazioni tricolori verso gli Stati Uniti sono aumentate considerevolmente nel periodo gennaio-maggio 2025 (+7,2%, pari a circa +2 miliardi). In forte aumento anche le esportazioni verso i Paesi OPEC (+11,3%, pari a +1 miliardo) e i Paesi del Mercosur +7,4%, pari a +222 milioni).

La delusione dei BRIC e soprattutto della Cina

Che fine hanno fatto i BRIC per i nostri esportatori? Con questo acronimo, nell’ormai remoto 2001, l'economista della Goldman Sachs Jim O'Neill soprannominò l’insieme delle quattro economie Brasile, Russia, India e Cina, ritenute future protagoniste della globalizzazione. Il termine BRIC ebbe un enorme successo a livello mondiale, mentre in Italia offrì anche il destro al solito pensiero negativo dominante per aggiungere ulteriori valanghe di critiche verso le nostre imprese esportatrici, giudicate troppo piccole e poco innovative per cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo dei BRIC stessi. La realtà e la globalizzazione sono andate molto diversamente. Le imprese italiane hanno saputo crescere sui mercati, smentendo il mainstream, come dimostra il quarto posto nell’export mondiale esclusi i veicoli di cui abbiamo detto più sopra.

Ma il nostro Paese ha indirizzato il suo export non tanto nei BRIC bensì soprattutto altrove. La Cina, in particolare, non è mai diventata quell’Eldorado preconizzato dal pensiero dominante, salvo che per qualche limitata tipologia merceologica (ad esempio il lusso o le macchine tessili o per l’imballaggio). Il gigante asiatico è sempre stato, invece, un nostro concorrente acerrimo, che per di più continua tuttora a fare un larghissimo uso della contraffazione dei prodotti e dei marchi del Made in Italy. La Russia, dopo la guerra russo-ucraina, è praticamente uscita di scena. Brasile e India non sono mai veramente decollati come mercati. L’insieme dei BRIC, oggi, è tutto sommato una componente marginale del nostro export. Un numero su tutti: nel 2024 l’export manifatturiero italiano verso i BRIC è stato pari a 29,5 miliardi di euro, quello verso la sola Spagna invece di 33,1 miliardi.

Considerando l’export manifatturiero, alla “delusione Cina” si contrappongono oggi almeno sei blocchi-mercati di Paesi extra-UE verso i quali l’Italia esporta di più che in Cina (quattro blocchi) o all’incirca come verso di essa o poco meno (due blocchi). Questi sei blocchi-mercati, che chiameremo le “altre Cine”, hanno rappresentato per l’Italia nel 2024 ben 98 miliardi di esportazioni, cioè quasi tre volte e mezza il nostro export verso i BRIC. E costituiscono una bella alternativa anche agli eventuali contraccolpi negativi dei dazi USA.

Se l’export italiano di manufatti verso la Cina è stato nel 2024 di 14,7 miliardi di euro, il primo blocco-mercato è costituito da Turchia e India, con 22 miliardi. Anche escludendo i 5,2 miliardi di oreficeria-gioielleria diretta verso la Turchia, che costituisce una voce un po’ particolare, l’export italiano verso Turchia-India supererebbe comunque quello verso Pechino. Il secondo blocco-mercato è rappresentato da Giappone-Corea del Sud-Taiwan, i tre grandi Paesi avanzati dell’Estremo Oriente, con 16,6 miliardi di euro. Il terzo è formato da Emirati Arabi Uniti-Arabia Saudita-Qatar, con 16,3 miliardi. Il quarto è dato dai Paesi Asean più l’Australia, con 15,9 miliardi. Questi quattro blocchi di Paesi, dunque, sono ciascuno singolarmente preso più grandi della Cina come nostro mercato di destinazione. Il blocco Centro-Sud America (escluso il Messico), con nostre esportazioni per 14,2 miliardi, è poco meno rilevante del mercato cinese. Mentre il blocco-mercato Canada-Messico, con 12,7 miliardi di euro, non è troppo lontano dalla Cina e potrebbe raggiungerla a breve.

Insomma, le imprese italiane si sono rivelate molto più “intelligenti” degli esperti che le criticavano per la loro (presunta) incapacità di espandersi nei nuovi mercati. E, dovunque c’è stata concorrenza vera e leale, il Made in Italy ha saputo spingersi con successo alla conquista di un mondo in cui la globalizzazione forse non è finita ma ha certamente cambiato volto in modo radicale.

Dazi USA al 10%? I rischi possibili, i timori del settore agro-alimentare. Ma l’incertezza prolungata è anche peggio

L’ipotesi di una eventuale applicazione di dazi al 10% sull’export europeo verso gli USA tiene banco e in molti, incluso il governo italiano, l’hanno giudicata un possibile male minore. Alcuni settori del Made in Italy, tuttavia, sono molto preoccupati, tra cui l’agro-alimentare. Particolarmente critico sulla ipotesi dazi al 10% il Presidente di Confagricoltura e del COPA, Massimiliano Giansanti, che ha rilasciato in proposito una intervista a “Il Sole-24 Ore”. Per Giansanti, “la UE è forte e ha tutti gli strumenti per far valere i propri diritti. Tra USA e UE non è l’Europa che deve pagare un dazio al 10%: noi, per esempio, facciamo un grande ricorso alla tecnologia americana e non dobbiamo accettare sempre di essere noi gli unici che si ritrovano i dazi. L’Unione Europea è una grande potenza economica e politica. Io credo che la forza della UE non sia stata ancora esplorata fino in fondo”. 

Anche Giacomo Ponti, Presidente di Ponti S.p.a., di Federvini e di Italia del Gusto in una intervista a “La Stampa” si è espresso al riguardo. Per Ponti, “anche se le tariffe fossero ridotte al 10%, l'effetto resterebbe significativo penalizzando le imprese italiane, i consumatori americani e l’economia stessa di chi quei dazi li impone. Per questo il mio auspicio è che i negoziati in corso si concentrino sull’obiettivo “dazi zero”. Ed ha aggiunto: “Sostituire il mercato americano? Non è realistico pensare di farlo in tempi brevi. Cina, India, Giappone e Medio Oriente offrono grandi opportunità, ma servono tempo, fiducia e investimenti dedicati”. Inoltre, per Ponti “bisogna fare attenzione all’ Italian sounding: se i prezzi dei prodotti originali crescessero troppo, si rischierebbe di incentivare le imitazioni, minando la domanda e la competitività della vera produzione nazionale. Alle imprese italiane occorrono oggi stabilità e una visione chiara, non ulteriori incertezze”.

Ma è soprattutto l’incertezza prolungata ciò che in questo momento penalizza di più gli operatori. Questo clima di attesa esasperata, con la spada di Damocle dei dazi che pesa sulle teste di chi deve esportare, fissare i prezzi per le campagne di vendita, relazionarsi con le catene distributive, è estremamente venefico. Con una battuta si potrebbe dire che l’incertezza stessa è peggio dei dazi. Specie se non finisce mai.

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