L’Italia ha il risparmio. Perché non finanzia le sue imprese?

L’Italia ha il risparmio. Perché non finanzia le sue imprese?

Lo dico in modo crudo.

I nostri risparmi sui conti correnti vengono lentamente consumati dall’inflazione e, nel frattempo, una parte crescente della ricchezza finanziaria degli italiani viene indirizzata verso economie diverse dalla nostra.

Abbiamo costruito un sistema bancario e finanziario sempre più concentrato sulla raccolta, sul wealth management, sulle commissioni, sulla liquidità e sui volumi.

Un sistema perfettamente razionale dal punto di vista professionale e di compliance, ma meno da quello del Paese, se non ritrova una rinnovato nostro impegno individuale e collettivo che si traduca in una azione sistemica capace di coniugare redditività degli investimenti anche con lo sviluppo economico nazionale in continuità italiana.

Le banche annunciano strategie centrate sulla crescita delle gestioni patrimoniali. Raccolgono il denaro degli italiani e lo indirizzano — al netto delle commissioni annuali di gestione — perlopiù verso fondi aperti ed ETF globali, raramente gestiti da italiani, che finiscono inevitabilmente per concentrare una quota prevalente degli investimenti nelle grandi capitalizzazioni internazionali.

Non perché qualcuno abbia necessariamente stabilito che quelle imprese valgano più delle nostre sulla base di un’analisi fondamentale. Semplicemente perché sono grandi, liquide, presenti negli indici e comprate dai flussi che quegli indici replicano.

Nel frattempo, molte ottime imprese italiane quotano a multipli degli utili enormemente inferiori.

Questo non significa affermare che le loro azioni saliranno più delle large cap internazionali, ma qualcosa di molto più semplice: a parità di capitale investito, acquistiamo una quota molto maggiore degli utili prodotti dall’impresa.

Un P/E di 10 significa pagare dieci euro per un euro di utile. Un P/E di 25 significa pagarne venticinque.

Poi il mercato potrà decidere che il “secondo euro” di utile annuale meriti di costare due volte e mezzo il “primo”.

Ma almeno poniamoci una domanda: perché il risparmiatore italiano deve essere accompagnato con tanta efficienza verso il secondo e così poco verso il primo?

La contraddizione diventa ancora più evidente quando passiamo dalle imprese quotate a quelle non quotate.

Da una parte il risparmio degli italiani viene raccolto per essere investito nelle grandi imprese straniere. Dall’altra le banche nazionali spesso finanziano operazioni di leveraged buyout che consentono a fondi private equity e gruppi consolidatori, spesso non nazionali, di acquistare alcune delle nostre migliori aziende.

E così ci ritroviamo nel paradosso: vediamo a prezzo contenuto le imprese che producono reddito in Italia e con il denaro ricavato compriamo a caro prezzo quote infinitesimali delle imprese che producono reddito altrove, in cui viene diluito il nostro risparmio e su cui non avremo mai controllo.

Quando una buona azienda italiana viene venduta, naturalmente, i suoi proprietari realizzano il valore costruito in una o più generazioni. È legittimo. Talvolta è inevitabile.

E un acquirente straniero può persino far crescere quell’impresa più di quanto avrebbe potuto fare da sola nelle mani di una famiglia proprietaria sempre più variegata.

Il problema si pone quando l’eccezione diventa sistema, e non sembra mai contemplata una alternativa di crescita sostenuta da capitali italiani sui listini italiani.

Se guardiamo ai cinquanta o cento milioni incassati dall’imprenditore (o dalla sua famiglia), scopriamo che difficilmente torneranno tutti a finanziare nuove imprese italiane. Entreranno nel circuito del private banking, delle gestioni patrimoniali, dei fondi, degli ETF, dei vincoli di compliance e della diversificazione globale.

E così un pezzo di capitale produttivo italiano si trasforma in patrimonio finanziario investito prevalentemente altrove.

Il venditore potrà anche diventare più ricco; il Paese non necessariamente.

Ed è qui che si insinua una potenziale frattura sociale della quale parliamo pochissimo.

Da una parte ci saranno i figli di chi ha venduto l’azienda, con milioni sul conto e un portafoglio magnificamente diversificato.

Dall’altra i figli di quelli che in quell’azienda lavoravano. Più di uno con il sedere per terra.

Perché la proprietà di un’impresa non è soltanto il diritto ai suoi dividendi. È controllo. È sede. È ricerca. È scelta dei fornitori. È carriera dei manager. È rapporto con il territorio. È decisione su dove aprire il prossimo stabilimento e su quale chiudere.

Possiamo continuare a raccontarci che il capitale non ha nazionalità.

Il lavoro, però, un indirizzo ce l’ha.

Nel frattempo, invecchiamo e facciamo pochi figli.

Nella desolazione della decrescita demografica, noi italiani, diffusamente proprietari di casa, possiamo almeno contare su una prospettiva: avremo più case per abitante, un bel patrimonio immobiliare ereditato.

E probabilmente pezzi del “bel Paese” saranno attraenti per chi nel resto del mondo avrà accumulato le grandi ricchezze alla cui crescita noi stessi avremo diligentemente partecipato attraverso investimenti infondi e ETF globali gestiti da stranieri.

Qualcuno potrebbe pensare che questi ricchi stranieri almeno ci compreranno le case. Può darsi.

Ma i “Paperoni” del mondo non credo verranno in Italia per godere l’esperienza di vita in un trilocale nella periferia di Milano o di Roma.

Cercheranno una villa con vista sconfinata sul mare o pittoresca sul lago, un attico affacciato su monumenti meravigliosi, una masseria, una casa in centro a Firenze, Venezia o Roma.

Oppure dormiranno al Four Seasons.

Il prezzo di quegli immobili salirà magari posizionandosi su valori al metro quadro elevatissimi.

Il valore del trilocale della famiglia italiana media non godrà della stessa corsa, anzi…

Potremmo così scoprire di essere diventati contemporaneamente un Paese ricco di patrimonio e povero di futuro.

Avremo venduto aziende, accumulato liquidità, comprato fondi globali, rivalutato qualche immobile straordinario e magari i più fortunati potranno festeggiare la crescita del capitale conferito in gestione.

Ma avremo meno imprese nostre, meno centri decisionali, meno lavoro per persone e filiere nazionali, meno capitale disposto a rischiare sul prossimo imprenditore italiano e una distanza sempre maggiore tra chi vive del patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti e chi deve ancora costruirsi un reddito.

L’Italia, lo sappiamo bene, non ha poco risparmio, ne ha una quantità enorme; allora come è possibile che un Paese pieno di risparmio non riesca ad investire sulla sua vivace economia reale, condividendone la crescita?

Se non troviamo una risposta, che nasca dagli individui prima che dal sistema, possiamo continuare così: la strada è libera. Il muro della palazzina in periferia è dritto davanti a noi.”

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