Il silenzio delle aziende genera…perdita di competitività

Poche narrazioni coinvolgenti e pensiero solo alle logiche economiche di breve termine.
Così le imprese (e i manager) smettono di innovare e allontanano i giovani talenti.

Di Pier Luigi Celli, Presidente di Sensemakers

È impressionante come oggi, nel nostro Paese, stentino a prendere vita e a durare storie di impresa che siano memorabili. Qualcosa che alimenti dei racconti in cui vicende, soggetti, successi e traversie siano in grado di coinvolgere l’immaginario e le emozioni di pubblici che debordano anche dal ristretto recinto dell’organigramma. Abbiamo al più dei ‘casi’ di modesta tenuta nel tempo, che vivono di successi altalenanti e finiscono spesso per trovare valorizzazione in braccio a proprietà straniere.

Va persa così ogni visibilità di quel tessuto di rapporti, fatiche, intuizioni, rischi, alleanze e tradimenti che avrebbe consentito, e non solo ai dipendenti coinvolti, di identificarsi, di aspirare o invidiare, di posizionarsi, insomma, trovandosi coinvolti in una storia pronta a prendere vita, per poi essere tramandata in una narrazione condivisa.

Il fatto è che per avere una storia bisogna avere del tempo per costruirla, aver messo in campo dei personaggi credibili, coltivare una passione per guidarli e possedere poi le parole per dirla. Le storie pretendono tempo e passione. Mentre le imprese il tempo lo comprimono, lo economizzano, bruciandolo nel breve in cicli sempre più corti. Asetticamente indifferenti. E le passioni, poi, non trovando all’interno dei meccanismi aziendali un loro spazio legittimato, come del resto avviene per le emozioni e i sentimenti, condannano le dinamiche organizzative a un analfabetismo affettivo che alla lunga mortifica anche il pensiero.

La non lingua dell’impresa

È così che l’impresa, in Italia, sembra oggi aver smarrito una sua lingua e, con questa, anche la capacità di un linguaggio comprensibile, in grado di connettere e scambiare risorse immateriali nei molteplici mondi – individuali, collettivi – che attraversa. Una lingua è soprattutto un mondo di relazioni, sempre in cerca di qualcuno con cui dialogare: non la si può esercitare ‘con senso’, se non si hanno delle cose da dire e, insieme, una ricchezza di significati per cui valga la pena stare a sentire.

Quando i pensieri e le parole si restringono e hanno corso solo nell’ambito di una cerchia di riconoscimento data, vincolate da modalità espressive standard, si producono codici gergali ipersemplificati e un tipo di comunicazione meccanica, dove le parole perdono le sfumature, divenendo rapidamente superflue.

Nasce così la lingua dei bilanci, il ‘lego’ linguistico dei budget e delle trimestrali, l’arida mitologia del business plan, dove al pensiero è preclusa ogni via di accesso anche secondaria e l’identità specifica dell’azienda è consegnata all’interpretazione quantitativa del numero. Scordando che, per quanto affinata, la precisione del numero non attingerà mai il grado zero del ‘pressappoco’.

L’afasia di piani strategici, degradati a modelli di programmazione in funzione di obiettivi senza orizzonti di scopo e di significati più larghi, genera un silenzio che ‘non dice più’. Ma è proprio perché è privata di un pensiero pensante, in grado di saper comunicare, che l’impresa, non avendo più cose da dire, diviene rapidamente incapace di dire qualcosa. Figurarsi porsi il problema di avere una storia che meriti di essere esposta e possa viaggiare nel tempo in una narrazione che ne celebri i fasti e la cultura.Coltivando l’arte del distacco rispetto a interessi non pertinenti al core business e vissuti come marginali, se non addirittura compromettenti, la ‘non lingua’ dell’impresa spinge a un ripiegamento che sa di riflusso. E questo proprio mentre il mondo fuori dal suo perimetro si fa complesso, in movimento perenne, pieno di imprevisti e di opportunità che spesso cambiano lo stesso campo di gioco dei business.

L’impresa che non racconta
Miti poveri e talenti in fuga

L’incomprensione di un mondo che cambia è data anche dalla mancanza di parole per leggere le variabili di un tessuto disordinato che non è fatto più solo di processi, procedure e razionalità strumentale. Non si può pretendere di usare codici di un gergo manageriale, che è sempre meno in grado di interpretare le mappe di territori sconosciuti, usando ferri di un mestiere arrugginito. L’ignavia di certe ritirate dell’impresa dall’agone sociale, poi, è spesso pari solo alla cupidigia di incamerare risorse spurie da fonti più o meno compromettenti. Cui fa da contraltare, per altro, un orgoglio ingiustificato, elevato a tutelare con cura una distinzione che vorrebbe segnare la differenza, senza riuscire a mascherare l’impotenza.

Il quotidiano allora, meno impegnativo nei suoi riferimenti, diventa un orizzonte che garantisce la consuetudine, orienta le scelte e abbassa le pretese anche di chi sarebbe portato a forzare. Riducendo così i rischi di imbarcarsi in una storia possibile alla scelta più modesta di una routine che si esprima nella cronaca corrente.

In questo caso, infatti, la disponibilità di parole e di discorsi è superata da una ipercodificazione dei modelli di comportamento e delle forme comunicative, che consente all’impresa di abilitare i suoi manager a una navigazione che non preveda di esporsi fuori dai canoni ammessi o di sporcarsi con vaghezze visionarie.

È così che si sviluppano generazioni di specialisti attenti a presidiare il curriculum e a far valere la posizione, più che a giocare responsabilmente la parte di facitori di capitoli di storie che catturino, in cui far convivere carriera, colleghi e progetti.

Abili chirurghi dell’ordinario, quasi sempre, ma restii a guastarsi le statistiche e, guai al mondo, a rischiare mettendo in discussione l’analfabetismo di certe gerarchie. Senza accorgersi di una contraddizione rischiosa, là dove si perseguano ambiziose campagne per il reclutamento dei cosiddetti talenti, che evidenzia una vera mancanza di sensibilità.

Per loro cultura, le aspettative delle nuove leve di qualità portano oggi a cercare delle storie di impresa da sposare prima ancora di uno stipendio o di un ruolo da occupare. Diversamente, preferiscono emigrare.

Alla fine, le nostre imprese appaiono così terreno di elezione per miti poveri, ma tenaci: non eccitano la fantasia, producono ripetizione, tutelano una medietà ben impiantata e, quando proprio i tempi lo richiedono, inventano un loro ‘storytelling’ sostitutivo della realtà, da esibire possibilmente in televisione.

L’impresa, come soggetto civile e organismo sociale, è oggi pressoché muta. Ritirata a presidio di una logica di interessi, senza grandi virtù, capitalizza sul vuoto generale, ma non offre contributi. E legittima (a sua insaputa?) uno spazio in cui abbondano i replicanti a scapito degli spiriti liberi.

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