{"id":4632,"date":"2026-06-15T15:11:56","date_gmt":"2026-06-15T15:11:56","guid":{"rendered":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/?post_type=cp_magazine&#038;p=4632"},"modified":"2026-06-16T09:52:02","modified_gmt":"2026-06-16T09:52:02","slug":"la-cina-non-e-piu-un-mercato-e-il-concorrente-da-battere","status":"publish","type":"cp_magazine","link":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/magazine\/la-cina-non-e-piu-un-mercato-e-il-concorrente-da-battere\/","title":{"rendered":"La Cina \u00e8 un grande problema da 30 anni (ma non l&#8217;avevamo capito)."},"content":{"rendered":"\n<p><strong><em>di Marco Fortis<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>1. <em>Adesso la Cina fa paura a tutti<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Ci voleva l\u2019offensiva frontale sferrata sull\u2019auto dai produttori cinesi per risvegliare la dormiente Bruxelles. Infatti, l\u2019Europa, gi\u00e0 minacciata dai dazi e dall\u2019avventurismo medio-orientale di Trump (con tutte le sue conseguenze su energia e inflazione), ora vede sgretolarsi giorno dopo giorno anche tutte le sue granitiche certezze germano-centriche sulla Cina come Eldorado per i prodotti del nostro continente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Per oltre due decenni l\u2019Unione Europea si era cullata nell\u2019illusione di aver trovato in Pechino il partner ideale per tradurre in realt\u00e0 due dei suoi paradigmi ideologici: far felici i propri consumatori (e i bilanci miliardari dei trader importatori del Nord Europa, pi\u00f9 qualche spagnolo), permettendo l\u2019arrivo dalla Cina, appena entrata nel WTO, di una marea di prodotti a basso prezzo; e far felici i suoi due principali Paesi fondatori, Germania e Francia, ben contenti di esportare auto di lusso e airbus in Cina, il nuovo grande mercato potenzialmente illimitato, stante le sue enormi dimensioni, offerto loro su un piatto d\u2019argento dalla globalizzazione. Ma adesso quell\u2019illusione si \u00e8 infranta. Non solo perch\u00e9 la globalizzazione \u00e8 finita, perlomeno come l\u2019abbiamo vissuta fino ad ora. Ma anche a causa del cambio di mentalit\u00e0 imposto ai suoi cittadini dall\u2019attuale leadership politica cinese che ha detto basta all\u2019ostentazione del lusso europeo e ha invitato i propri abitanti a comprare beni&nbsp;<em>made in China<\/em><strong>.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Le sirene d\u2019allarme per il pericolo Cina, Paese trasformatasi nel giro di poco tempo da mercato promettente a concorrente temibile per le industrie europee, suonano ormai ininterrottamente come durante un bombardamento a Bruxelles. E in Italia il tema della concorrenza asimmetrica e dei dumping cinesi \u00e8 stato al centro dell\u2019ultima Assemblea di Confindustria e della relazione del suo Presidente Emanuele Orsini. Intanto, Spagna, Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania (spicca l\u2019assenza della titubante Germania) hanno chiesto a Bruxelles di rafforzare gli strumenti di difesa dell\u2019industria europea dall\u2019aumento delle \u00abpratiche commerciali sleali\u00bb per far fronte alla sovrapproduzione di Pechino che si traduce in un\u2019inondazione di merci cinesi vendute sottocosto nel Vecchio Continente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Un segnale di questa svolta nella percezione comune del pericolo Cina, anche in Italia, \u00e8 il lungo articolo che qualche settimana fa Federico Fubini ha dedicato all\u2019argomento sul Corriere della Sera:&nbsp;<em>\u201cLa Cina si sta mangiando il Made in Italy (e l\u2019Europa): perch\u00e9 abbiamo paura di difenderci?\u201d<\/em>&nbsp;(25-26 maggio 2026). Un titolo impensabile su un grande giornale italiano anche soltanto qualche anno fa. S\u00ec, perch\u00e9, vale la pena sottolinearlo, anche la maggior parte degli intellettuali e dei commentatori italiani per anni ci hanno raccontato che la Cina era un Paese amico ed un potenziale mercato d\u2019oro per il Made in Italy, mentre i nostri distretti tessili e delle calzature stavano invece agonizzando sotto i colpi della concorrenza sleale e dei dumping cinesi. Gli stessi intellettuali e commentatori hanno anche pi\u00f9 volte preso posizione in passato contro la richiesta di dazi sui prodotti cinesi avanzata dai settori pi\u00f9 colpiti della nostra industria, giudicando tale richiesta come un atteggiamento retrogrado. E hanno invece invitato per anni le piccole e medie imprese italiane, sempre guardate con sufficienza da un certo nostro mainstream, a \u201csvegliarsi\u201d e a cogliere le grandi opportunit\u00e0 offerte dal mercato cinese anzich\u00e9 lamentarsi della concorrenza asiatica. Un tipico atteggiamento&nbsp;<em>radical chic<\/em>&nbsp;che, essendo ormai il pericolo Cina per l\u2019economia non solo italiana ma europea diventato lampante, \u00e8 quasi diventato oggetto di imbarazzo.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>2. <em>Ci\u00f2 che scrivevamo sulla Cina diversi lustri fa<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>La Fondazione Edison ed in particolare lo scrivente avevano messo in guardia gi\u00e0 prima dell\u2019entrata della Cina nell\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nel 2001, che il commercio estero del gigante asiatico avrebbe creato pi\u00f9 danni che benefici all\u2019economia italiana. Infatti, data la particolare similarit\u00e0 della specializzazione produttiva internazionale della Cina e dell\u2019Italia di allora (quando ancora non avevamo la farmaceutica, la cosmetica, l\u2019alimentare, l\u2019aerospazio, la cantieristica e la meccanica forti di oggi), l\u2019ingresso a vele spiegate del gigante asiatico nel libero commercio ci avrebbe esposti ancor di pi\u00f9 alla concorrenza asimmetrica, ai plagi e ai dumping cinesi nei beni tradizionali del tessile-abbigliamento-calzature, dei mobili, dei rubinetti e delle ceramiche a pi\u00f9 basso costo, che gi\u00e0 dagli inizi degli anni \u201990 avevano cominciato a soffrire l\u2019aggressivit\u00e0 di Pechino. Questa nostra posizione critica, condivisa da poche personalit\u00e0 italiane, tra cui Giulio Tremonti (autore nel 2005 di un libro profetico,&nbsp;<em>\u201cRischi fatali. L\u2019Europa vecchia, la Cina, il mercatismo suicida: come reagire,&nbsp;<\/em>Mondadori), fu all\u2019epoca tacciata di \u201cneo-protezionismo\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Mentre il&nbsp;<em>mainstream&nbsp;<\/em>italiano, da un lato, magnificava la via della seta e l\u2019Europa, dall\u2019altro lato, si disinteressava totalmente dell\u2019impatto della concorrenza cinese sull\u2019economia italiana (con il famigerato Commissario al commercio Peter Mandelson che si mostrava pi\u00f9 vicino agli interessi di Pechino che ai nostri), la Fondazione Edison support\u00f2 l\u2019Associazione Nazionale dei Calzaturieri Italiani e l\u2019allora viceministro del Commercio estero Adolfo Urso per ottenere dall\u2019Unione Europea dazi antidumping contro le calzature cinesi e vietnamite, che entrarono in vigore una prima volta e furono poi prorogati per una seconda volta (M. Fortis,&nbsp;<em>Dazi anti-Cina o sar\u00e0 peggio<\/em>, Corriere della Sera, 28 febbraio 2005). Sin dagli inizi del nuovo Millennio denunciammo ripetutamente numerosi casi di contraffazione di marchi italiani dell\u2019abbigliamento, dei mobili e della rubinetteria da parte di aziende cinesi, fenomeno che perdura tutt\u2019oggi (M. Fortis e A. Quadrio Curzio,&nbsp;<em>Cina, basta coi falsi<\/em>, Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2004). Fummo personalmente promotori della proposta dell\u2019obbligatoriet\u00e0 della denominazione del Paese di provenienza sui prodotti importati in Europa da Paesi extra-UE, il cosiddetto \u201cMade in obbligatorio\u201d, che il governo italiano port\u00f2 in Europa. Tale proposta fu poi approvata a larga maggioranza dal Parlamento europeo ma infine venne bocciata in sede di Consiglio d\u2019Europa per il veto soprattutto della Germania, avendo questo Paese ormai delocalizzato diverse sue produzioni in Cina (M. Fortis,&nbsp;<em>Diventa strategica l\u2019etichettatura sui Paesi d\u2019origine<\/em>, Il Sole-24 Ore, 31 ottobre 2004).<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Con diversi articoli (M. Fortis,&nbsp;<em>Un modello produttivo da&nbsp;<\/em>difendere, Il Sole-24 Ore, 16 novembre 2004;&nbsp;<em>Sciocchezzaio cinese<\/em>, Panorama Economy, 31 agosto 2005;&nbsp;<em>Il nostro Eldorado non \u00e8&nbsp;<\/em>Pechino, Panorama Economy, 28 settembre 2005; Il<em>&nbsp;boom di Pechino tra regole e&nbsp;<\/em>squilibri, Il Messaggero, 29 marzo 2006;&nbsp;<em>Attenti, non \u00e8 l\u2019Eldorado di cui si&nbsp;<\/em>parla, Il Messaggero, 13 settembre 2006), illustrammo da varie angolazioni il pericolo Cina, razionalizzandolo soprattutto sotto due profili. Il primo fu quello di denunciare lo&nbsp;<em>tsunami&nbsp;<\/em>che la concorrenza asimmetrica della Cina, fatta di dumping sociale, ambientale e valutario, stava generando sulla manifattura e sui distretti industriali italiani, con una drammatica perdita di valore aggiunto e posti di lavoro. Il secondo fu quello di frenare le illusioni circa un presunto futuro boom di esportazioni italiane verso la Cina stessa.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>3. <em>L\u2019impatto della concorrenza asimmetrica cinese sulla manifattura italiana ad inizio secolo e l\u2019illusione della Cina come nuovo Eldorado per il Made in Italy<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Coloro che ancora oggi scrivono che il nostro PIL ha faticato a lungo a recuperare i livelli del 2007, forse non hanno ancora compreso quanto la concorrenza asimmetrica di Pechino abbia contribuito a mettere in ginocchio l\u2019economia italiana in quel periodo, prima ancora della crisi finanziaria mondiale dei mutui subprime, del contagio greco sul nostro debito sovrano e della successiva austerit\u00e0: Cina, mutui subprime, Grecia e austerit\u00e0 furono per l\u2019Italia di inizio Millennio come i quattro cavalieri dell\u2019apocalisse, ma fu la Cina ad assestare il primo e pi\u00f9 micidiale colpo.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Bastino poche cifre a ricordare ci\u00f2 che avvenne dal 1995 al 2013. L\u2019industria manifatturiera italiana, secondo i dati di contabilit\u00e0 nazionale, perse 677 mila occupati in soli otto anni. Di questi,<strong> <\/strong>369 mila furono persi dal nostro tessile-abbigliamento-calzature: fu la pi\u00f9 grande emorragia di posti di lavoro di un singolo settore industriale nazionale europeo mai accaduta in cos\u00ec poco tempo (figura 1). Se alle perdite del tessile-abbigliamento-calzature aggiungiamo quelle del legno-mobile e della lavorazione dei minerali non metalliferi (ceramiche e pietre ornamentali), l\u2019Italia sopport\u00f2 un calo di occupati complessivo in questi settori pi\u00f9 esposti alla concorrenza asimmetrica cinese di ben 561 mila occupati, l\u201983% del totale perduto dalla manifattura in quel periodo (figura 2).\u00a0<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:0px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-01-1-1024x576.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-4708\" srcset=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-01-1-1024x576.png 1024w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-01-1-300x169.png 300w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-01-1-768x432.png 768w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-01-1-1536x864.png 1536w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-01-1-2048x1152.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-02-1024x576.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-4633\" srcset=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-02-1024x576.png 1024w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-02-300x169.png 300w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-02-768x432.png 768w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-02-1536x864.png 1536w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-02-2048x1152.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>In quegli anni, il governo Berlusconi mi affid\u00f2 il compito di elaborare un Rapporto preliminare per la Seconda Conferenza Nazionale sul Commercio con l\u2019Estero, che si tenne a Roma il 26 febbraio 2005. In tale Rapporto (M. Fortis,&nbsp;<em>Le due sfide del Made in Italy: globalizzazione e innovazione<\/em>, Il Mulino, Collana della Fondazione Edison, 2005) il tema del pericolo-Cina per la nostra economia fu portato all\u2019attenzione generale. In particolare, si riportano qui di seguito alcune stime impressionanti sulla perdita di quote di mercato subite dall\u2019Italia in Europa durante quegli anni a seguito della concorrenza asimmetrica cinese:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>\u201cPer quanto riguarda l\u2019impatto della concorrenza cinese sulle quote di mercato dell\u2019Italia nel mondo \u00e8 interessante analizzare a scopo esemplificativo i dati riguardanti l\u2019Unione Europea a 15 membri, sia perch\u00e9 essi sono particolarmente accurati e aggiornati, sia perch\u00e9 la UE-15 costituisce il principale mercato di sbocco dell\u2019Italia, avendo assorbito nel 2003 il 53,5% del nostro export. Dalle statistiche disponibili emerge chiaramente che il mercato europeo \u00e8 stato letteralmente invaso negli ultimi anni da beni provenienti dalla Cina. In alcuni casi si tratta di beni esportati direttamente da aziende cinesi, in altri casi si tratta di beni importati in Europa da multinazionali europee che hanno delocalizzato impianti produttivi in Cina, in altri casi ancora si tratta di beni commercializzati da gruppi di acquisto europei che ne hanno commissionato la produzione ad imprese cinesi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Per gettare luce su questo fenomeno, la Fondazione Edison ha analizzato la dinamica dell\u2019import della UE-15 di 16 importanti categorie merceologiche, con particolare riferimento alle provenienze dall\u2019Italia e dalla Cina. Si tratta di 7 categorie di prodotti appartenenti al sistema \u201cAbbigliamento-moda\u201d (calzature; maglie e calze; abbigliamento in tessuto e accessori; occhiali; montature; oreficeria e gioielleria; articoli in pelle) e di 9 categorie di prodotti appartenenti al sistema \u201cArredo-casa\u201d e \u201cAutomazione-meccanica\u201c(rubinetteria e valvolame; lampade ed illuminotecnica; mobili e cucine; divani e sedie; casalinghi in metallo; ferramenta, cerniere per mobili; serrature e maniglie; posateria e utensili; pietre ornamentali lavorate).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Complessivamente nelle 16 categorie merceologiche analizzate tra il 1996 e il 2003 l\u2019import della UE-15 dalla Cina \u00e8 cresciuto da 9 a 22,2 miliardi di euro, con un incremento del 147%, mentre l\u2019import della UE dall\u2019Italia per gli stessi prodotti \u00e8 aumentato nello stesso periodo solo del 9% da 17,3 a 18,9 miliardi di euro. Nelle 7 categorie di prodotti del sistema \u201cAbbigliamento-moda\u201d la Cina \u00e8 ormai nettamente il primo fornitore della UE (con 16,1 miliardi di euro) davanti all\u2019Italia (11,1 miliardi). La Cina sta aumentando le sue esportazioni verso la UE anche in comparti come la gioielleria-oreficeria o l\u2019occhialeria in cui era praticamente assente otto anni fa. Lo stesso sta avvenendo nelle 9 categorie di prodotti meccanici e dell\u2019arredo-casa presi in esame dalla Fondazione Edison. In questo caso l\u2019Italia era oltre 4 volte pi\u00f9 importante della Cina come fornitore della UE nel 1996, mentre nel 2003 il rapporto a nostro vantaggio \u00e8 calato a 1,2. Tra il 1996 e il 2003 le importazioni della UE-15 dalla Cina nelle 9 categorie di prodotti della meccanica e dell\u2019arredo-casa sono infatti cresciute del 322%, passando da 1,5 a<strong> <\/strong>6,2 miliardi<strong> <\/strong>di euro, mentre le vendite degli stessi prodotti dall\u2019Italia alla UE sono aumentate solo del 22%, da 6,4 a 7,8 miliardi. Gli incrementi pi\u00f9 consistenti di importazioni dell\u2019Europa dalla Cina nell\u2019ambito dei beni per la casa e della meccanica hanno riguardato la rubinetteria, le lampade e l\u2019illuminotecnica, il mobilio e le pietre ornamentali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Occorre dunque prendere atto che la concorrenza asimmetrica e sleale cinese sta producendo effetti assai negativi sulla bilancia commerciale e sul sistema produttivo italiano, indebolendo alle sue radici lo stesso tessuto della nostra societ\u00e0 civile, specie in alcuni importanti distretti e regioni del Paese\u201d (Fortis,&nbsp;<em>Le due sfide del Made in Italy,&nbsp;<\/em>cit., pp. 131).<\/p>\n\n\n\n<p>Ma questi dati allarmanti non furono molto ascoltati, non solo in Europa ma perfino in Italia, a causa di una corrente prevalente di pensiero e di&nbsp;<em>lobbies<\/em>&nbsp;che tendevano a sminuirne la rilevanza contrapponendovi le presunte formidabili opportunit\u00e0 che il mercato cinese avrebbe offerto al Made in Italy. Questa autentica sciocchezza fu da me ripetutamente criticata, numeri alla mano. Nello stesso Rapporto di cui sopra, infatti, scrivevamo:<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>\u201cChe la Cina sia la vera novit\u00e0 economica agli inizi del XXI secolo non par dubbio, ma per una economia come quella italiana \u00e8 importante fare bene i conti per non sopravvalutare le proprie capacit\u00e0 nei confronti del gigante asiatico. L\u2019analisi non pu\u00f2 perci\u00f2 prescindere dalle cifre che, pur nella loro aridit\u00e0, mettono in guardia da ingiustificate speranze che allentino la vigilanza nei confronti della concorrenza asimmetrica e della contraffazione cinese. Una realt\u00e0 che, come abbiamo visto, sta determinando conseguenze assai gravi nei nostri distretti e in molti settori portanti del made in Italy, a cominciare dalle calzature e dal tessile-abbigliamento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Va precisato subito, per avere alcuni termini di paragone, che nel 2003 l\u2019export italiano verso la Cina (un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti) \u00e8 stato solo del<strong> <\/strong>17%<strong> <\/strong>superiore a quello verso il Portogallo (un Paese con soli 10 milioni di abitanti). \u00c8 stato perci\u00f2 detto che l\u2019Italia sul mercato cinese \u00e8 in ritardo; ma, poich\u00e9 le nostre esportazioni verso la Cina sono in forte crescita, bisogna guardare al futuro con ottimismo. Tuttavia, se anche le esportazioni italiane (o un mix di queste e di vendite dirette in loco) verso la Cina continuassero ad aumentare su base annua ad un ritmo intorno al 15% a valori correnti (come \u00e8 avvenuto nel 2004, dopo un sensibile calo nel 2003), nel 2010 raggiungerebbero soltanto la cifra di 10,1 miliardi di euro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Quale sia la dimensione di questa cifra lo si comprende osservando che essa \u00e8 di 1,7 miliardi inferiore alle nostre odierne importazioni dalla Cina stessa (che nel 2004 dovrebbero aver raggiunto gli 11,8<strong> <\/strong>miliardi) e nettamente inferiore all\u2019ammontare del nostro attuale export verso la Spagna. Questo \u201cpiccolo\u201d (rispetto alla Cina) Paese con 41 milioni di abitanti (che \u00e8 oggi a pari merito con il Regno Unito il nostro quarto mercato, dietro Germania, Francia e USA) ha infatti da noi importato 18 miliardi di euro nel 2003. Crescendo ad un tasso annuo del 15% le esportazioni italiane verso la Cina riuscirebbero ad eguagliare le attuali esportazioni italiane verso la Spagna solo nel 2015. Mentre nell\u2019ipotesi che il nostro export verso la Spagna cresca almeno del 5% annuo, alle esportazioni italiane verso la Cina occorrerebbero ben 15 anni di crescita al 15% annuo per eguagliare in valore il mercato spagnolo. Bisognerebbe cio\u00e8 aspettare il 2020!\u201d&nbsp;&nbsp;(M. Fortis,&nbsp;<em>Le due sfide del Made in Italy<\/em>, cit. pp. 182-183).<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Fummo profetici. Infatti, queste nostre proiezioni si sono rivelate errate, ma per difetto! Tant\u2019\u00e8 che nel 2025 l\u2019Italia ha esportato in Cina soltanto 14,3 miliardi di euro, appena il 2,2% delle esportazioni totali italiane, appena un miliardo in pi\u00f9 di quanto abbiamo esportato in un piccolo Paese come l\u2019Austria (13,2 miliardi) e quasi 24 miliardi in meno di quanto abbiamo esportato in Spagna (38,2 miliardi). Dunque, la Cina non \u00e8 mai diventata un Eldorado per il Made in Italy, mentre nel 2025 il nostro disavanzo bilaterale con Pechino \u00e8 lievitato a 46,3 miliardi di euro, il pi\u00f9 elevato che abbiamo dopo quelli assai inferiori per valore con i Paesi Bassi e la Germania.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>4. <em>Il secondo shock cinese: questa volta tocca a tutta l\u2019Europa<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Quello che, in un recente Rapporto per il Centre for European Reform, Sander Tordoir e Brad Setser&nbsp;&nbsp;hanno definito il secondo shock cinese (<em>China Shock 2.0: the Cost of Germany Complacency<\/em>, 20 maggio 2026), colpisce stavolta l\u2019Europa intera e perfino la Germania, che ha sempre intrattenuto rapporti privilegiati con Pechino sfruttando le opportunit\u00e0 offerte dal mercato cinese ma che ora vede minacciato dalla Cina proprio il suo settore chiave, quello dell\u2019<em>automotive<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/3-03-1024x576.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-4699\" srcset=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/3-03-1024x576.png 1024w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/3-03-300x169.png 300w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/3-03-768x432.png 768w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/3-03-1536x864.png 1536w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/3-03-2048x1152.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-04-2-1024x576.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-4703\" srcset=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-04-2-1024x576.png 1024w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-04-2-300x169.png 300w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-04-2-768x432.png 768w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-04-2-1536x864.png 1536w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-04-2-2048x1152.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-05-1024x576.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-4637\" srcset=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-05-1024x576.png 1024w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-05-300x169.png 300w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-05-768x432.png 768w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-05-1536x864.png 1536w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-05-2048x1152.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Come si pu\u00f2 constatare dalla tabella 3, il surplus commerciale con l\u2019estero della Cina ha raggiunto nel 2025 il livello record di 1.197 miliardi di dollari, con un incremento di 597 miliardi in dieci anni rispetto al 2015. Tra i Paesi del G7 l\u2019Italia \u00e8 l\u2019unica economia che nel decennio ha migliorato il suo surplus commerciale, di circa 11 miliardi, mentre la Germania ha peggiorato il suo surplus di 44 miliardi e la Francia il suo deficit di 42 miliardi. Canada e Giappone hanno migliorato lievemente i loro deficit, mentre quelli di Stati Uniti e Regno Unito si sono dilatati enormemente, peggiorando, rispettivamente, di 515 e 226 miliardi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:31px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>La tabella 2 mette in evidenza l\u2019enorme deficit commerciale con l\u2019estero della Cina per l\u2019energia, peggiorato dal 2015 al 2025 di 221 miliardi di dollari. Nello stesso periodo il Canada ha incrementato il suo surplus di 54 miliardi, mentre gli Stati Uniti sono passati da un deficit di 96 miliardi ad un surplus di 92. L\u2019elevato deficit energetico giapponese \u00e8 rimasto stabile, mentre sono peggiorati i deficit dei quattro Paesi europei del G7. Il disavanzo estero dell\u2019Italia, in particolare, \u00e8 lievitato a 53 miliardi. Da notare che l\u2019energia (voce HS27 della classificazione internazionale) pesa per circa il 12% nell\u2019export mondiale.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Nella tabella 3 si pu\u00f2 invece osservare la dinamica delle bilance commerciali dei vari Paesi nell\u2019insieme dei settori automotive, elettronica e tlc (voci HS87 e HS85 della classificazione internazionale). Il surplus complessivo della Cina in questi settori \u00e8 aumentato considerevolmente dal 2015 al 2025, di ben 435 miliardi<strong> <\/strong>di dollari. L\u2019avanzo del Giappone si \u00e8 ridotto lievemente, mentre quello della Germania, pur restando elevato, \u00e8 diminuito nel decennio di 41 miliardi. Tutti gli altri Paesi, in particolare USA, UK e Canada, hanno visto peggiorare i loro deficit. Quello dell\u2019Italia \u00e8 cresciuto di 17,7 miliardi. All\u2019interno di questo aggregato di settori (che pesa per circa il 23% nell\u2019export mondiale) vi \u00e8 la voce dei veicoli e delle loro parti (HS87, che pesa per circa il 7%<strong> <\/strong>nell\u2019export mondiale). L\u2019export cinese di veicoli e loro parti (escluso il materiale ferroviario) \u00e8 cresciuto enormemente dal 2015 al 2025, passando dai 63 miliardi<strong> <\/strong>di dollari del 2015 ai 248 miliardi del 2025. In questo settore la Cina ha superato per export il Messico nel 2021, il Giappone nel 2022 e nel 2025 si \u00e8 portata a meno di 40 miliardi dall\u2019export della Germania. La chiave di volta di questa sfida planetaria \u00e8 la crescente leadership del gigante asiatico nell\u2019auto elettrica e nelle relative batterie. Il surplus commerciale con l\u2019estero della Cina nei veicoli ha raggiunto nel 2025 i 207 miliardi di dollari ed \u00e8 ormai pi\u00f9 alto sia di quello della Germania (130 miliardi) sia di quello del Giappone (124 miliardi). Presto potrebbe superare la somma di entrambi.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-06-1024x576.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-4645\" srcset=\"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-06-1024x576.png 1024w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-06-300x169.png 300w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-06-768x432.png 768w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-06-1536x864.png 1536w, https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/GRAFICO-FORTIS-06-2048x1152.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Nella tabella 4, infine, abbiamo riportato le bilance con l\u2019estero dei Paesi del G7 e della Cina nei restanti settori del commercio mondiale esclusi energia, veicoli e tlc. Questo imponente aggregato residuale di prodotti pesa per ben il<strong> <\/strong>65% sul totale dell\u2019export mondiale e vede primeggiare ancora la Cina, con un surplus nel 2025 di 992 miliardi di dollari, cresciuto di<strong> <\/strong>383 miliardi rispetto a quello che Pechino aveva dieci anni fa. La sorpresa qui \u00e8 l\u2019Italia che, grazie alla forza della sua meccanica, alla tenuta dei suoi settori tradizionali della moda e dell\u2019arredo, al boom della sua farmaceutica, degli alimentari e della cosmetica, degli yacht e delle navi da crociera, nonch\u00e9 dell\u2019aerospazio, \u00e8 diventata il quarto esportatore mondiale di questa categoria residuale di beni, con un surplus con l\u2019estero che \u00e8 aumentato di 44 miliardi nell\u2019ultimo decennio, raggiungendo la straordinaria cifra di 130 miliardi<strong> <\/strong>di dollari.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Come reagire al crescente strapotere della Cina? L\u2019Unione Europea \u00e8 stretta tra i dazi americani, l\u2019aggressivit\u00e0 cinese nell\u2019<em>automotive<\/em>e la sfida dell\u2019Intelligenza Artificiale che sia gli Stati Uniti sia la Cina stanno spingendo verso confini che superano ogni immaginazione. La Cina domina il campo delle terre rare<strong> <\/strong>e delle batterie ma sempre pi\u00f9 anche quello delle materie prime per i farmaci. Il Vecchio Continente sembra frastornato. Urgono decisioni rapide per arginare le due superpotenze, ma la nazione guida dell\u2019Europa, la Germania, appare incerta sulla strategia da intraprendere, come sottolineano Tordoir e Setser nel loro Report. La Francia continua a sperare di poter vivacchiare vendendo a Pechino Airbus e tecnologie nucleari. La Commissione europea, anche per questo, tentenna.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Il caso italiano \u00e8 diverso. La Cina pu\u00f2 davvero mangiare il Made in Italy, come ha titolato il Corriere della Sera? Noi non lo crediamo. Per ora l\u2019Italia sta presidiando bene le sue numerose nicchie di specializzazione, come mostra il suo crescente surplus commerciale e il raggiungimento in meno di dieci anni degli stessi livelli di export di un grande Paese come il Giappone. Certo i rischi non mancano. A parte i danni incalcolabili per le nostre aziende della contraffazione cinese che continua ininterrottamente da inizio secolo, preoccupano soprattutto i clamorosi dumping che le imprese del gigante asiatico stanno cominciando a praticare estesamente, sussidiate dal loro governo, anche su macchinari e tecnologie in cui l\u2019Italia eccelle. In questo caso, la realt\u00e0 non \u00e8 che le nostre imprese non sono pi\u00f9 competitive ma che stanno subendo una concorrenza chiaramente sleale. La risposta non pu\u00f2 che essere una sola, come fecero i calzaturieri vent\u2019anni fa. Avviare anche in settori come la meccanica azioni antidumping verso la Cina che l\u2019Europa deve assolutamente supportare, senza alcun timore reverenziale verso Pechino, anche perch\u00e9 ormai Bruxelles non ha pi\u00f9 nulla da perdere.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false},"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/cp_magazine\/4632"}],"collection":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/cp_magazine"}],"about":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/types\/cp_magazine"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=4632"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}