{"id":1176,"date":"2024-10-08T09:36:42","date_gmt":"2024-10-08T09:36:42","guid":{"rendered":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/?post_type=cp_magazine&#038;p=1176"},"modified":"2026-04-14T15:42:15","modified_gmt":"2026-04-14T15:42:15","slug":"dallitalian-sounding-al-made-by-italian-la-nuova-sfida-per-le-imprese-italiane","status":"publish","type":"cp_magazine","link":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/magazine\/dallitalian-sounding-al-made-by-italian-la-nuova-sfida-per-le-imprese-italiane\/","title":{"rendered":"Dall&#8217;Italian sounding al &#8216;Made by Italian&#8217;: la nuova sfida per le imprese italiane"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Venerd\u00ec 11 ottobre, il Ceo di Eccellenze d&#8217;Impresa, Luigi Consiglio, interviene\u00a0al Festival Internazionale della Geografia di Bardolino<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>E se l&#8217;\u00abItalian sounding\u00bb fosse un&#8217;opportunit\u00e0 per le imprese italiane? Pu\u00f2 sembrare una provocazione, ma spesso non si guarda in profondit\u00e0 di un problema reale per le aziende italiane, ma che dovrebbe essere affrontato diversamente rispetto a quanto accade ora. Perch\u00e9 consumare prodotti che richiamano l&#8217;arte culinaria italiana, immaginare di mangiare un piatto di pasta con un sugo di pomodoro che rievoca il sole della Sicilia e una foglia di basilico fresco, magari condita con una pioggia di parmigiano, \u00e8 un sogno che molti nel mondo coltivano, ma non possono permettersi. E allora queste fasce della popolazione con un reddito pi\u00f9 basso, che non possono acquistare prodotti veramente \u00abMade in Italy\u00bb, si rivolgono ai surrogati presenti sul mercato a prezzi decisamente inferiori, immaginando di essere su una terrazza di Positano a gustarsi uno dei pi\u00f9 tipici prodotti italiani. Come pu\u00f2 l&#8217;industria alimentare italiana sfruttare questo desiderio? Forse un modo c&#8217;\u00e8.<br>Periodicamente vengono prodotte ricerche sui danni che le imitazioni dei prodotti italiani generano alla nostra industria agro-alimentare. L\u2019ultima in ordine di tempo \u00e8 stata presentata da The European House Ambrosetti e descrive le perdite subite dalle nostre imprese dalla vendita di prodotti esteri che richiamano nel nome, o nella comunicazione del brand, un\u2019origine italiana: l&#8217;impatto \u00e8 stimato in 63 miliardi di euro per il 2023, con la Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna che perdono circa 10 miliardi ognuna. Secondo la ricerca, il valore dell\u2019export Food&amp;Beverage italiano sarebbe pi\u00f9 che raddoppiato a 126 miliardi di euro, sommati ai 62 miliardi di export agroalimentare di vero Made in Italy. A queste analisi spesso seguono invocazioni per una maggiore tutela dei prodotti di produzione italiana, ma senza andare al fondo del problema e cercare di capire razionalmente come si potrebbe contrastare questi fenomeni con logiche di mercato, molto pi\u00f9 efficaci degli interventi meramente regolatori. Serve anche chiarezza su cosa vogliamo o dobbiamo difendere: secondo The European House, al primo posto tra i prodotti pi\u00f9 copiati c&#8217;\u00e8 il rag\u00f9, che per\u00f2 ha origini francesi. Quale italianit\u00e0 dobbiamo difendere, in questo caso? Sarebbe come dire che chi in Italia prepari un guacamole potrebbe essere accusato di \u00abmexican sounding\u00bb? Dovremmo importare il guacamole dal Messico e basta? E cosa dire dell\u2019hummus, o del kebab? L\u2019argomento (serissimo) della difesa delle unicit\u00e0 non pu\u00f2 mescolarsi a teorie bizzarre come la difesa della pizza o della carbonara.<br>A ben vedere, il successo di un prodotto all\u2019estero non \u00e8 dato da un pi\u00f9 o meno esplicito accostamento a una manifattura italiana, ma dalla qualit\u00e0 del prodotto. Cito il caso degli Stati uniti, il mercato dove l\u2019export italiano ha il pi\u00f9 elevato valore aggiunto: molte aziende italiane gi\u00e0 producono sul territorio americano. Questo fa si che la legge americana non consenta pi\u00f9 alle imprese di parlare di prodotti Made in Europe o Made in Italy. Come nel caso della Lindt, che \u00e8 stata costretta a eliminare la dicitura dal proprio marchio \u00abprodotto in Svizzera dal 1845\u00bb poich\u00e9 la societ\u00e0 ha uno stabilimento produttivo in America o di Barilla \u2013 anch\u2019essa con uno stabilimento produttivo in USA &#8211; che da quest\u2019anno, in via preventiva, ha eliminato la dicitura \u00abNumero 1 in Italia\u00bb per non incorrere in possibili contestazioni. Altri grandi produttori italiani come Fratelli Beretta, Citterio o filiali di mutinazionali, come Galbani e Ferrero, non citano sulle confezioni riferimenti all\u2019Italia, perch\u00e9 sarebbe fuorviante per il consumatore americano e sarebbero passibili di class action. Ma questi marchi in USA hanno comunque successo, perch\u00e9 puntano sulla qualit\u00e0 dei processi produttivi e dei prodotti e si sono ritagliati una fetta di mercato importante. \u00c8 su questo campo che le aziende italiane devono farsi trovare pronte e investire nel proprio futuro, perch\u00e9 la vera posta in gioco \u00e8 la difesa delle unicit\u00e0 agricole e industriali degli italiani. Il nostro Paese ha ampi spazi di manovra, anche all&#8217;interno di un sistema agroalimentare mondiale che deve puntare a sfamare una popolazione in costante crescita e che arriver\u00e0 a 9 miliardi di persone tra pochi anni. L&#8217;Italia deve far valere i suoi tratti di unicit\u00e0 conosciuti in tutto il mondo, capace di dare vita a profumi e sapori inconfondibili che solo il clima del nostro Paese sa trasmettere ai frutti della terra. L&#8217;obiettivo deve essere la creazione di un marchio riconoscibile sui mercati esteri, puntando su una notoriet\u00e0 costruita negli anni, su reti di vendita e una logistica efficiente, che possa portare i prodotti del Made in Italy nel mondo e, soprattutto, in quei Paesi in cui fasce sempre pi\u00f9 ampie della popolazione guardano ai consumi di prodotti di qualit\u00e0 come uno \u00abstatus symbol\u00bb, un modo per distinguersi dalla massa. Tra i brand del lusso, c&#8217;\u00e8 spazio anche per la ristorazione, con molti prodotti italiani che potrebbero arrivare sulle tavole dei giovani (i pi\u00f9 propensi a spendere) dell&#8217;Arabia Saudita o di altri Paesi che rappresentano le nuove economie mondiali. La stessa ricerca di The European House \u2013 Ambrosetti segnala come in Cina, Giappone e Canada mediamente 7 consumatori su 10 cercano prodotti italiani veri senza considerare gli aspetti legati al prezzo. Le percentuali sono molto alte anche in Paesi come Germania, Australia, Brasile, ma anche in Francia, USA e Regno Unito.<br>Ma l&#8217;export del prodotto da solo non basta. Le aziende italiane devono anche avere il coraggio di portare all&#8217;estero il proprio modo di lavorare e di realizzare quei prodotti che tutto il mondo ci invidia. Una soluzione che potrebbe risolvere, almeno in parte, il problema della differenza di prezzo tra i prodotti realmente \u00abMade in Italy\u00bb e quelli che li richiamano nel nome e nell&#8217;aspetto. Pensiamo al \u00abparmesan\u00bb. Occorre notare che notare che il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano e il pecorino romano, vengono venduti in America (e in diversi altri Paesi) attraverso quote concesse ad alcuni importatori. In questo modo arriva a superare i 16 dollari alla libbra, raggiungendo anche i 20 dollari in alcuni periodi. Sarebbe quindi opportuno studiare l\u2019antitrust americano e capire se non si possa intervenire lungo una filiera che moltiplica il guadagno di alcuni produttori italiani in modo ingiustificato, riducendo la vendibilit\u00e0 dei prodotti e quindi i volumi. Il parmesan ha costi totalmente diversi, dai 2 ai 4 dollari alla libbra, con un evidente risparmio per la popolazione a basso reddito, che sogna di consumare un prodotto di qualit\u00e0 pur sapendo che non \u00e8 cos\u00ec. Allora, perch\u00e9 non spostare la competenza e la capacit\u00e0 di fare degli italiani pi\u00f9 vicino ai luoghi di consumo, riducendo i costi e aprendosi a nuove fette di mercato? Qualche produttore caseario di Parma, di Mantova o Cremona potrebbe decidere di andare a produrre in Wisconsin (dove il latte \u00e8 magnifico) e realizzare un grana stagionato nel modo giusto per uscire sul mercato con un prodotto manufatto all\u2019italiana ma che costi intorno ai 10 dollari alla libbra. \u00c8 un&#8217;opportunit\u00e0 poderosa per il Sistema Italia, per sostituire l&#8217;\u00abItalian sounding\u00bb con un \u00abMade by Italian\u00bb, con la qualit\u00e0 e la sicurezza alimentare che solo gli italiani hanno nel mondo.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":true},"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/cp_magazine\/1176"}],"collection":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/cp_magazine"}],"about":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/types\/cp_magazine"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/el\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1176"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}