La staffetta vincente tra i settori industriali guida la leadership dell’export italiano nel mondo.

Nel surplus commerciale con l’estero i “nuovi” prodotti pesano ormai più di quelli “tradizionali”.

di Marco Fortis

Il mondo è molto cambiato negli ultimi vent’anni e vede oggi “defunto”, per usare le parole di Mario Draghi, il vecchio ordine internazionale. Ma il Made in Italy è cambiato forse perfino di più dello stesso universo circostante e ha saputo adattarsi ai continui shock esterni, evolvendosi di continuo. Infatti, il nostro commercio estero non è più lo stesso di inizio secolo, ha sviluppato nuove specializzazioni, ha ampliato la geografia delle sue esportazioni e ha sorpreso la maggior parte degli osservatori che lo ritenevano avviato verso un possibile declino. Niente di più sbagliato, perché il Made in Italy non è mai stato così forte come oggi, nonostante le crisi di alcuni tra i suoi principali mercati, in primis la Germania, che frenano l’export, e nonostante la spada di Damocle dei recenti dazi statunitensi.

Chi fosse abituato a pensare al Made in Italy essenzialmente come un corpo di settori focalizzato su tessile-abbigliamento-pelletteria-calzature e arredo-casa, rimarrebbe sorpreso nel constatare come questi settori, sia pure ancora importanti e distintivi della nostra immagine internazionale, rivestano ormai un peso minore nel surplus commerciale con l’estero dell’Italia. Surplus che è oggi generato non solo dai tali settori tradizionali ma anche dalla meccanica delle macchine e degli apparecchi, fortemente cresciuta negli ultimi tre decenni, e soprattutto da un mix di settori e prodotti che hanno assunto negli ultimi tempi un ruolo trainante e addirittura ormai dominante nell’attivo manifatturiero con l’estero dell’Italia. Andiamo dunque alla scoperta di questo “nuovo” Made in Italy.

Il “nuovo” Made in Italy

Il “nuovo” Made in Italy è costituito da: farmaceutica, cosmetica, occhiali, alimentari e bevande, cantieristica. Il peso dei principali prodotti di questi settori nel surplus commerciale con l’estero dell’Italia è ormai più alto non soltanto di quello dei principali prodotti del tessile-abbigliamento-pelletteria-calzature e arredo-casa ma anche di quello dei principali prodotti della meccanica. Presenteremo oggi in anteprima i risultati di uno studio che dimostra in modo plastico i contorni di questo eccezionale mutamento/ampliamento di specializzazione internazionale dell’Italia, difficilmente ritracciabile in misura analoga nell’esperienza di altre economie avanzate.

Abbiamo scelto, in base ai dati ONU-International Trade Centre e alla classificazione merceologica internazionale HS4, i quindici prodotti più importanti per surplus con l’estero dell’Italia in tre macro-comparti, prendendo come anno di riferimento il 2024

1) il Made in Italy “tradizionale” (che denomineremo MIT, composto da: tessile-abbigliamento-pelletteria-calzature, mobili, lampade e illuminotecnica, piastrelle ceramiche e pietre ornamentali); 

2)  la Meccanica (che denomineremo MEC, cioè le macchine e gli apparecchi non elettrici, come macchine per imballaggio, macchine utensili, rubinetteria, pompe, refrigerazione commerciale, ecc.);

3) il “nuovo” Made in Italy (che denomineremo NMI, composto da: prodotti farmaceutici confezionati, profumi, prodotti per il trucco e la cura dei capelli, occhiali da sole, alimentari, vini fermi e spumanti, yacht e navi da crociera).  

Nell’insieme, i quarantacinque prodotti qui considerati dei 3 sopracitati macro-comparti hanno generato da soli nel 2024 un attivo commerciale con l’estero del nostro Paese per ben 145 miliardi di dollari. 

I primi quindici prodotti MIT sono illustrati nella tabella 1. Complessivamente, nel 2024 il loro surplus commerciale con l’estero è stato di 38 miliardi di dollari, il secondo attivo più alto al mondo per questo gruppo di prodotti dopo quello della Cina, pari a 210 miliardi di dollari, come appare dalla tabella 2. Rispetto a 30-40 anni fa, l’Italia non è più il Paese leader del commercio mondiale di questa categoria di beni perché sin dagli anni ’90 del secolo scorso ha ceduto progressivamente i segmenti a minore valore aggiunto al gigante asiatico e ad altri Paesi emergenti (Viet Nam, Bangladesh, India), focalizzandosi sul lusso e sui prodotti di maggiore qualità. Quando la Cina entrò nel WTO ad inizio millennio, erano in molti a prevedere un declino inarrestabile per il commercio estero italiano, che invece non soltanto è riuscito a conservare un ruolo importante nei prodotti “tradizionali”, mantenendo quote di mercato nella fascia alta di tali prodotti, ma ha saputo diversificarsi nella MEC e nel NMI, come vedremo nel seguito. Nel MIT l’Italia resta il primo esportatore mondiale in alcuni beni come le calzature con tomaia in pelle, le piastrelle ceramiche, le pelli bovine conciate, l’abbigliamento in pelle, i tessuti di lana pettinata.

I primi quindici prodotti MEC sono illustrati nella tabella 3. L’Italia nel 2024 ha presentato un surplus con l’estero complessivo per questi quindici prodotti pari a 45 miliardi di dollari. Nella maggior parte di questi beni l’Italia figura sempre tra i primi 2-4 posti al mondo per attivo con l’estero. Compete principalmente con Cina, Germania e Giappone, come si vede dalla tabella 4.

E veniamo ora ai primi quindici prodotti del NMI, elencati nella tabella 5. Il loro surplus con l’estero nel 2024 è stato di ben 62 miliardi di dollari, più alto di quello dei primi quindici prodotti MIT e MEC. L’Italia è ormai praticamente dominatrice incontrastata in questo mix di beni NMI, seguita a notevole distanza da Germania e Francia, come appare dalla tabella 6. In numerosi beni NMI l’Italia è il primo esportatore mondiale (pasta, yacht, prodotti della lavorazione del pomodoro), il secondo (vini e spumanti, occhiali, formaggi, salse, preparazioni per la cura dei capelli) o il terzo (farmaci confezionati, prodotti da forno). In realtà, dentro le voci a 4 cifre della classificazione HS si “nascondono” degli ulteriori primi posti dell’Italia nel NMI visibili soltanto a livello HS6: ad esempio, l’Italia detiene il più alto surplus con l’estero per le navi da crociera e per gli occhiali da sole.  

L’ascesa irresistibile del “nuovo” Made in Italy

Per avere una idea di come il “nuovo” Made in Italy si sia affermato come il principale pilastro del surplus commerciale con l’estero dell’Italia si vedano le tabelle 7 e 8. Venti anni fa, nel 2004, i primi 15 prodotti MIT qui considerati erano in testa nell’attivo italiano con l’estero con 26,8 miliardi di dollari e precedevano l’attivo dei primi 15 MEC, pari a 26,7 miliardi, con i primi 15 NMI più distanziati al terzo posto con 11,6 miliardi

Nel 2014 i primi 15 prodotti MEC erano balzati nettamente al primo posto, con un surplus di 43,5 miliardi, davanti ai 15 MIT, con 33,5 miliardi, mentre i 15 NMI erano in crescita ma restavano terzi, con 28,9 miliardi.

Infine, nel 2024 troviamo in testa i 15 NMI, che diventano l’aggregato con il surplus con l’estero più rilevante, pari a 62 miliardi di dollari, davanti ai 15 MEC, con 44,9 miliardi, e ai 15 MIT, con 38 miliardi.

Fatto 100 il totale del surplus commerciale complessivo con l’estero dei 45 prodotti qui analizzati, nel 2004 i 15 principali prodotti NMI pesavano solo per il 17,8%. Il loro peso è poi salito al 27,3% nel 2014, per impennarsi infine al 42,8% nel 2024.

Dal 2014 al 2024 l’attivo dei quindici principali prodotti NMI è cresciuto di ben 33,1 miliardi di dollari, 13,9 miliardi in più dei quali provenienti dai farmaci confezionati, 10,6 miliardi in più dagli alimentari, 3,2 miliardi in più da yacht e navi da crociera, 2,8 miliardi in più dai cosmetici, 1,8 miliardi in più dai vini. Percentualmente gli incrementi più significativi sono stati quelli dei formaggi, il cui surplus si è quasi sestuplicato in dieci anni (+564%), delle preparazioni alimentari diverse (+402%), delle salse e dei condimenti (+215%), dei profumi (+199%), dei farmaci confezionati (+194%), dei prodotti cosmetici per la cura e il trucco della pelle (+186%) e dei prodotti da forno (+184%). 

Nei primi nove mesi del 2025, secondo i dati provvisori, il surplus commerciale con l’estero dei 15 principali prodotti del NMI è ulteriormente salito a 60,8 miliardi di dollari, cifra quasi vicina all’ammontare dell’intero anno 2024, con un forte aumento di 14,5 miliardi di dollari rispetto ai primi nove mesi del 2024. Questa crescita è stata trainata soprattutto dai farmaci confezionati (+10,5 miliardi), con importanti contributi però anche delle navi da crociera, dei formaggi e dei cosmetici. Nello stesso periodo l’attivo dei 15 principali prodotti MIT è invece sceso di 892 milioni di dollari e quello dei 15 principali prodotti MEC è cresciuto di 1,2 miliardi di dollari.

Come conseguenza, sempre nei primi nove mesi, il peso dei primi 15 prodotti del NMI sul surplus totale dei 45 beni di eccellenza qui esaminati è salito dal 43,3% dello stesso periodo del 2024 al 50%. La quota dei 15 prodotti MIT è scesa invece dal 26,5% al 22,5% e quella dei 15 prodotti MEC è scesa dal 30,2% al 27,5% (vedi sempre tabelle 7 e 8). In altri termini, il peso del “nuovo” Made in Italy sul surplus totale dei 45 prodotti di eccellenza del nostro commercio internazionale è più che raddoppiato dal 2004 ad oggi.

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