{"id":3790,"date":"2025-12-09T10:56:16","date_gmt":"2025-12-09T10:56:16","guid":{"rendered":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/?post_type=cp_magazine&#038;p=3790"},"modified":"2026-04-21T09:50:30","modified_gmt":"2026-04-21T09:50:30","slug":"dalla-sfida-allopportunita-il-futuro-delle-startup-italiane","status":"publish","type":"cp_magazine","link":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/cn\/magazine\/dalla-sfida-allopportunita-il-futuro-delle-startup-italiane\/","title":{"rendered":"Dalla sfida all\u2019opportunit\u00e0: il futuro delle startup italiane"},"content":{"rendered":"\n<p>Pubblicato su Mit Sloan Management Review Italia, numero Agosto\/Settembre\/Ottobre 2025, Anno 4- Numero 4<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><em>\u201cGli ultimi saranno i primi\u201d<\/em>, si dice a volte citando il <em>Vangelo<\/em> di Matteo e, almeno sotto il profilo macroeconomico, le cose sembrerebbero andare proprio cos\u00ec. Il Portogallo, l\u2019Italia, la Grecia e la Spagna \u2013 <strong>quattro dei cinque Pigs<\/strong> di poco pi\u00f9 di un decennio fa (il quinto essendo l\u2019Irlanda che fa, per\u00f2, campionato a s\u00e9) \u2013 <strong>sembrano essere isole di stabilit\u00e0<\/strong> in un continente in cui le colonne franco-tedesche visibilmente oscillano. Ed \u00e8 comprensibile che cos\u00ec sia: la politica di bilancio rigorosa e disciplinata non solo \u00e8 possibile \u2013 quanti non l\u2019hanno negato nel recente passato? \u2013 ma, se praticata con costanza e determinazione, paga. E non solo in termini di credibilit\u00e0 e reputazione sui mercati, ma anche in termini terribilmente concreti, e cio\u00e8 in termini di oneri per il servizio del debito pubblico.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Se ci spinge oltre il perimetro della finanza pubblica, per\u00f2, le similitudini fra i quattro Pigs si attenuano fin quasi a scomparire. Sotto un aspetto, in particolare: il dinamismo delle rispettive economie. Negli anni successivi alla crisi finanziaria, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna erano desolatamente al di sotto del tasso di crescita medio del prodotto potenziale dell\u2019area dell\u2019euro (1,0%). Oggi, <strong>Spagna e Portogallo <\/strong>sono, sotto questo aspetto, nettamente al di sopra dell\u2019area dell\u2019euro. La <strong>Grecia<\/strong> \u2013 il cui punto di partenza era un tasso di crescita di medio lungo periodo addirittura negativo \u2013 ha accorciato le distanze in maniera che non si pu\u00f2 non definire sorprendente. L\u2019<strong>Italia<\/strong> ha indubbiamente fatto qualche passo in avanti, ma non sembra aver conseguito, in questo campo, i risultati ottenuti nella gestione della finanza pubblica. Continuiamo a crescere, in termini potenziali, ancora meno della media dell\u2019area valutaria in cui siamo collocati.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Non dovremmo meravigliarci. Come spesso accade, la fotografia migliore del nostro futuro \u00e8 quella che ci offre la demografia. Non la demografia <em>tout court<\/em>, ma la demografia di impresa, in questo caso. Il dinamismo di un\u2019economia \u2013 la sua capacit\u00e0 di spingere in avanti la frontiera delle <strong>possibilit\u00e0 produttive<\/strong> \u2013 viaggia sulle gambe dell\u2019innovazione e questa, a sua volta, prende forma (non esclusivamente, ma in buona misura) nella dinamica delle imprese. Le economie di mercato dinamiche sono caratterizzate da quel che potremmo definire un moto perpetuo: <strong>nuove imprese affrontano il mare aperto e altre abbandonano il campo pi\u00f9 o meno ordinatamente<\/strong>, nuovi prodotti vedono la luce e altri giacciono sugli scaffali prima di finire nel dimenticatoio, nuovi processi produttivi sono posti in essere in luogo di altri divenuti inefficienti, nuovi mercati si aprono quasi quotidianamente in uno scenario economico i cui tratti mutano incessantemente, a volte gradualmente e a volte, invece, senza preavviso. \u00c8 quella che chiamiamo <strong>\u201cdistruzione creatrice\u201d<\/strong>: a essa sono legati, in buona misura, gli incrementi di produttivit\u00e0 del sistema.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Nell\u2019esperienza di molti Paesi, il canale principale per l\u2019introduzione di innovazioni nel sistema e per la generazione di nuovi posti di lavoro sembrerebbero essere proprio <strong>le nuove imprese<\/strong> le quali, pur essendo caratterizzate da tassi di uscita dal mercato maggiori della media, sarebbero quelle che, se e quando riescono a sopravvivere, presenterebbero <strong>le migliori prospettive di crescita.<\/strong> Per converso, l\u2019uscita dal mercato delle imprese marginali (e quindi caratterizzate da livelli di produttivit\u00e0 inferiori a quelli osservati per i leader del mercato) contribuirebbe, a sua volta, a far s\u00ec che si registrino incrementi della produttivit\u00e0 media del sistema.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Il calo delle imprese in Italia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Ora, <strong>nel caso italiano<\/strong>, siamo passati dalle 200-250 nuove imprese per 100mila abitanti dei primi Anni 80 del secolo passato alle poco pi\u00f9 di <strong>100 nuove imprese per 100mila abitanti della seconda met\u00e0 degli Anni 10 del secolo in corso<\/strong>. Ciononostante, al tema del calo delle nascite hanno fatto e fanno spesso riferimento, e con toni accorati, tanto i Presidenti della Repubblica quanto i Presidenti del Consiglio. Non risulta nulla di simile per quanto riguarda le tendenze dell\u2019imprenditorialit\u00e0 (senza aggettivi quali \u2018giovanile\u2019 o \u2018femminile\u2019).<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Il <strong>declino dell\u2019attitudine imprenditoriale<\/strong> nell\u2019ultimo quarantennio si riflette in un <strong>declino tendenziale del tasso di ingresso o di natalit\u00e0 delle imprese<\/strong> (definito come rapporto fra il numero delle nuove imprese nel periodo dato e il numero delle imprese in essere all\u2019inizio dello stesso). Si passa, infatti, dal 6-10% della met\u00e0 degli Anni 80 a meno del 3% nei primi anni del secolo, per poi atterrare <strong>negli ultimi 10 anni stabilmente fra l\u20191% e il 2%<\/strong>. E ci\u00f2 in tutte le circoscrizioni, e in termini largamente comparabili, pur essendo evidente un certo \u2018disaccoppiamento\u2019 fra l\u2019Italia meridionale e insulare e il resto del Paese. E lo stesso pu\u00f2 dirsi per quanto riguarda i comparti produttivi. Parleremmo, se l\u2019argomento fossero le culle, di crescita zero e di \u2018culle vuote\u2019, ma dovremmo forse parlare, senza infingimenti, di decrescita e di <strong>\u2018capannoni vuoti\u2019<\/strong>: nella gran parte dei comparti produttivi, a far data dal 2008, si assiste a una contrazione significativa della base produttiva. Negli ultimi 30 anni le imprese manifatturiere si riducono di oltre l\u20191,5% all\u2019anno, di quasi il 2,5% a partire dal 2008 (e senza inversioni di tendenza di qualche rilievo negli ultimi anni). Sono appena meno pronunciate le tendenze dell\u2019industria delle costruzioni o del commercio. Anche i comparti dei servizi che sembravano crescere negli Anni 90 hanno invertito la rotta nell\u2019ultimo decennio, senza apprezzabili ripensamenti. E la nostra sembra essere anche una <strong>decrescita relativamente solitaria. <\/strong>I tassi netti di natalit\u00e0 in altri Paesi europei (come computati da EuroStat) hanno certamente risentito della crisi, ma sono tornati a essere positivi negli ultimi anni.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 di pi\u00f9. Se si considerano anche i tassi di uscita o di mortalit\u00e0 delle imprese (definito come rapporto fra il numero delle imprese cessate nel periodo dato e il numero delle imprese in essere all\u2019inizio dello stesso) il tasso netto di natalit\u00e0 (o turnover netto) si attesta sotto allo zero ormai da 20 anni. Detto in altri termini, se va bene nascono tante imprese quante ne muoiono ogni anno. E da due decadi non va bene affatto.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Diversamente da quanto accade per la demografia propriamente detta, non \u00e8 per\u00f2 necessariamente detto che tassi netti nulli o negativi di natalit\u00e0 delle imprese prefigurino minori opportunit\u00e0 di lavoro in futuro o che, soprattutto, possano implicare l\u2019inaridirsi dei canali di innovazione condizionando i futuri tassi di crescita della produttivit\u00e0. E questo semplicemente perch\u00e9 un tasso netto di natalit\u00e0 nullo o addirittura negativo pu\u00f2 nascondere significativi livelli di dinamismo di un\u2019economia: molte imprese che nascono e prendono il posto di molte imprese che muoiono. Quella che abbiamo chiamato \u201cla distruzione creatrice\u201d. O, viceversa, possono nascondere la stasi, l\u2019immobilismo.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Sotto questo profilo, la comparazione internazionale \u00e8 illuminante. Il caso italiano sembrerebbe appartenere pi\u00f9 alla seconda che alla prima tipologia. E in misura crescente. Il tasso lordo di turnover (ovvero la somma dei tassi di natalit\u00e0 e mortalit\u00e0 delle imprese) non solo presenta valori ridotti nella comparazione internazionale, ma decrescenti nel tempo per molti settori. Tanto l\u2019industria che i servizi passano dal 7% circa nel ventennio precedente alla crisi al 5-6% nel decennio successivo. Per contro, nel caso degli<strong> Stati Uniti<\/strong>, un tasso netto di turnover non poi cos\u00ec lontano dallo zero nel corso degli ultimi 30 anni cela un grado significativo \u2013 decrescente, se si vuole, ma comunque largamente superiore a quello italiano \u2013 di \u2018rimescolamento\u2019 del sistema produttivo. \u00c8 appena il caso di ricordare che <strong>il tasso di crescita medio<\/strong> della produttivit\u00e0 totale dei fattori statunitense, nello stesso periodo, \u00e8 risultato pi\u00f9 che doppio rispetto al caso italiano (1,2% contro lo 0,5%).<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>La differenza con la Francia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Naturalmente \u2013 <em>e veniamo al tema principale di queste righe<\/em> \u2013 non tutte le nuove imprese sono uguali. Alcune sono, infatti, pi\u00f9 uguali delle altre e sono quelle che ormai siamo soliti chiamare le <strong>startup innovative.<\/strong> Quel che saremo \u00e8 in qualche misura scritto in quel che siamo in questo piccolo ma significativo comparto produttivo. E qui la comparazione che conta non \u00e8 tanto con i nostri cugini della periferia meridionale dell\u2019area dell\u2019euro, quanto quella con i nostri cugini d\u2019oltralpe. Certo, in Grecia, per esempio, il comparto High-tech, sostanzialmente inesistente prima della pandemia, occupa oggi l\u20191-1,5% del prodotto interno lordo e, sostenuto dal supporto pubblico e dai fondi di venture capital internazionali, si prevede che tocchi il 5% entro il decennio in corso. A monte di questi sviluppi, una ritrovata vena imprenditoriale: fra il 2020 e il 2024 il numero di nuove iniziative imprenditoriali \u00e8 cresciuto in Grecia del 30% circa in complesso e di un ammontare anche superiore nei comparti diversi dai servizi pubblici e dall\u2019agricoltura. La distruzione creatrice pu\u00f2 parlare molte lingue.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Quel che rende interessante la comparazione con i cugini francesi \u00e8 il fatto che con loro condividiamo, o quasi, il punto di partenza. Poco pi\u00f9 di dieci anni fa l\u2019Italia varava il cosiddetto <strong>Startup Act <\/strong>(2012). L\u2019anno successivo, la Francia lanciava<strong> BpiFrance <\/strong>(2013). Ad oggi si contano, in <strong>Francia<\/strong>, circa<strong> 20 mila startup innovative <\/strong>contro le <strong>14 mila italiane<\/strong> ma l\u00ec dove la differenza emerge in termini difficili da trascurare \u00e8 nel momento in cui si sposta l\u2019attenzione dalle imprese che cercano di dimostrare la validit\u00e0 di un modello di <em>business <\/em>(le startup propriamente dette) a quelle che, superato questo stadio, si collocano su un trend di crescita a ritmi spesso straordinariamente elevati (le cosiddette <strong>scaleup<\/strong>). Le startup francesi valutate oltre il miliardo di euro \u2013 gli \u201cunicorni\u201d, come ormai le chiamiamo \u2013 sono poco meno di 30. Le corrispondenti realt\u00e0 italiana solo due o tre. E per arrivare a sei diventa necessario passare dagli \u201cunicorni\u201d ai cosiddetti <em><strong>soonicorn<\/strong> <\/em>(startup valutate fra i 400 e gli 800 milioni di euro). Diversamente dal caso italiano, il panorama francese \u00e8 popolato da un numero significativo di startup altamente dinamiche, capaci di occupare centinaia e in qualche caso migliaia di dipendenti e di operare a livello globale e di quotarsi in borsa in Europa o negli Stati Uniti.&nbsp; Quest\u2019ultimo un evento che, nel caso italiano, registriamo solo in occasione di acquisizioni estere di startup innovative italiane. Non dovrebbe destare meraviglia quindi il fatto che, in termini occupazionali, le startup innovative francesi contino un numero di addetti forse pi\u00f9 che doppio rispetto ai 60 mila addetti delle startup italiane. Una osservazione particolarmente rilevante trattandosi di occupazione altamente qualificata. In breve, la Francia sembrerebbe aver usato meglio quest\u2019ultimo decennio non solo sul fronte della mera quantit\u00e0 ma anche, se non soprattutto, sul fronte della qualit\u00e0. Con ci\u00f2 intendendo la capacit\u00e0 delle startup francesi di raggiungere una <strong>scala media<\/strong> maggiore delle loro controparti italiane.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Un problema di innovazione e ricerca<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Difficile non domandarsi a cosa possa essere dovuto questo andamento differenziato. Certo, \u00e8 possibile \u2013 anzi forse probabile \u2013 che a fare la differenza sia il <strong>contesto normativo<\/strong> o l\u2019<strong>ambiente finanziario<\/strong> in cui le esperienze francesi ed italiane si collocano. Cos\u00ec come \u00e8 possibile \u2013 anzi forse probabile \u2013 che i diversi risultati conseguiti dalle startup francesi e italiani siano la conseguenza di un diverso disegno e di diverse modalit\u00e0 di attuazione delle <em>policies <\/em>messe in campo dai due paesi. Ma dovremmo, forse, anche considerare seriamente \u2013 cosa che spesso non facciamo &#8211; la possibilit\u00e0 che a fare la differenza sia l\u2019<strong>atteggiamento<\/strong> <strong>culturale<\/strong> prevalente al di l\u00e0 e al di qua delle Alpi. Si possono disegnare invidiabili architetture istituzionali e individuare appropriati strumenti di <em>policy<\/em> ma se tanto le prime quanto i secondi non poggiano su una base culturale adeguata, tanto le prime quanto i secondi non daranno i risultati sperati. \u00c8 da questo punto, quindi, che \u00e8 necessario partire. Le economie di mercato dinamiche fanno proprio un semplice principio: <em>\u201cfail fast, grow fast\u201d.<\/em> A quanto \u00e8 dato sapere \u00e8 un principio che la Francia ha, in buona sostanza accettato investendo considerevolmente, fra l\u2019altro, nella formazione imprenditoriale nelle scuole ma anche nelle universit\u00e0. \u00c8 lecito presumere che ci\u00f2 abbia contribuito, e non poco, ad allargare il bacino dei potenziali imprenditori e degli aspiranti occupati nelle startup. I risultati, come si \u00e8 visto, sono arrivati. Nel caso italiano, invece, le startup spesso (troppo spesso) tendono a non fare il salto dimensionale, rimanendo cos\u00ec allo stadio che potremmo definire di \u201cipotesi imprenditoriali\u201d. Mancanza di ambizione? Forse, ma anche, se non soprattutto, <strong>carenze formative: <\/strong>gestire aziende di dimensioni significative richiede competenze visibilmente non necessarie se ci si ferma ad uno stadio dimensionale molto precedente. Richiede la disponibilit\u00e0 a rinunciare al controllo totale perch\u00e9 spesso solo il coinvolgimento di un partner consente di crescere. Per molti versi, il \u201cnanismo\u201d delle startup italiane \u00e8, in altre parole, se non voluto accettato. Ne consegue un impatto sistemico delle startup innovative tutto sommato modesto: pi\u00f9 che innovare, in realt\u00e0, si imita. Cosa di per s\u00e9 non facile, ma ben diversa dalla innovazione vera e propria. Per contro, a poche ore di auto o di treno, le startup francesi hanno sovvertito interi settori e\/o creato campioni nazionali: i trasporti e la sanit\u00e0 digitale sono buoni esempi.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>La distanza tra imprese e ricerca<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ma quanto innovative sono le startup innovative italiane? A quanto \u00e8 dato sapere, esse operano prevalentemente in settori digitali relativamente consolidati, adattando tecnologie esistenti piuttosto che inventandone nuove. Per esempio, oltre un terzo delle nostre startup innovative si occupano di software e di consulenza informatica. Detto in altri termini, creano app, avviano piattaforme o vendono servizi basati su tecnologie mature. Diversamente dalla Francia, solo una minoranza \u00e8 attiva nei comparti che siamo soliti chiamare \u201cDeep-tech\u201d, ad alta intensit\u00e0 di R&amp;D (per esempio: biotecnologie, robotica avanzata, nuovi materiali). La controprova \u00e8 immediata: tra i requisiti per candidarsi a essere una startup innovativa \u2013 in alternativa rispetto alla presenza di personale qualificato o di una attivit\u00e0 di R&amp;D in essere \u2013 vi \u00e8 il possesso di un brevetto. Bene, solo una trascurabile minoranza delle startup innovative italiane (per intendersi, meno del 5%) sembra essere in grado di vantare questo requisito. E lo stesso vale per le loro sorelle maggiori, le cosiddette <strong>PMI innovative<\/strong>. Il che lascia supporre che l\u2019innovazione prodotta da quelle che dovrebbero essere le avanguardie della \u2018distruzione creatrice\u2019 sia in realt\u00e0, pi\u00f9 che altro, un\u2019innovazione incrementale. Per esempio, l\u2019importazione e l\u2019adattamento al mercato locale di modelli di business sperimentati altrove con successo.<\/p>\n\n\n\n<p>A questo risultato contribuisce, ovviamente, anche l\u2019ambiente in cui le nostre startup sono calate. La distanza tra ricerca scientifica e impresa \u00e8 ancora ampia. Estrarre valore dall\u2019ingente quantitativo di brevetti detenuti dalle Universit\u00e0 o dai Centri pubblici di ricerca spesso \u00e8 un\u2019impresa improba. Pi\u00f9 in generale, i risultati dei laboratori italiani faticano a tradursi in startup, complice la mancanza di fondi di venture specializzati in High-tech (Deep-tech) e una burocrazia che rende complesso lo spin-off accademico. E i limiti dimensionali della struttura industriale non aiutano: sono poche le grandi aziende High-tech in grado di fungere da ecosistema per le startup innovative. Di conseguenza, le startup italiane raramente competono sulla frontiera tecnologica mondiale, ma piuttosto sul mercato interno o al massimo europeo, come follower dei trend. Ci\u00f2 limita il potenziale di creare vantaggi competitivi duraturi: se la tecnologia non \u00e8 proprietaria, \u00e8 pi\u00f9 facile da replicare da nuovi entranti o da<strong> <em>big player<\/em> <\/strong>internazionali. Le eccezioni positive non mancano (nel biotech, per esempio, nei droni o anche nell\u2019accumulo energetico), ma se le si considera eccezioni vuol dire che non sono la norma. A ci\u00f2 si aggiunga una percepibile diffidenza degli investitori italiani verso il rischio tecnologico.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Come funzionano le startup in Italia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La storia economica italiana \u00e8 un buon esempio della capacit\u00e0 che gli atteggiamenti culturali hanno di influenzare gli esiti economici. Tanto direttamente quanto indirettamente: offrendo supporto al disegno di istituzioni permeate da logiche inadeguate con i risultati che \u00e8 facile immaginare. &nbsp;Si prenda il caso delle <strong>procedure concorsuali,<\/strong> un tema, com\u2019\u00e8 ovvio, decisivo per le startup innovative che spesso operano in perdita e il cui obiettivo \u00e8 la crescita e non l\u2019equilibrio finanziario di breve periodo. <strong>Il Codice della Crisi d\u2019imprese e dell\u2019Insolvenza (2022)<\/strong> fa proprio un semplice principio: \u00e8 essenziale che lo stato di difficolt\u00e0 di una impresa non venga colpevolmente trascurato fino a diventare incurabile. Da ci\u00f2 l\u2019introduzione di meccanismi di allerta precoce per le imprese in difficolt\u00e0 e la previsione per tutte le societ\u00e0 ivi incluse le startup, di \u201cassetti organizzativi adeguati\u201d a rilevare per tempo i segnali di crisi: procedure di controllo amministrativo-contabili e organi di controllo (dai sindaci ai revisori). Per le startup innovative il Codice ha, inoltre, provveduto ad abrogare le disposizioni previgenti che non sottoponevano le startup innovative alle ordinarie procedure fallimentari nei primi cinque anni di vita, distinguendo fra imprese \u2018minori\u2019 e \u2018maggiori\u2019 e prevedendo per queste ultime la liquidazione giudiziale (o, come si dice spesso, il \u2018nuovo\u2019 fallimento). Non ci vuole molto per intuire le conseguenze di norme che visibilmente derivano da una scarsa \u2013 per usare un eufemismo \u2013 conoscenza del fenomeno che la norma stessa dovrebbe disciplinare.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Le startup innovative<\/strong> \u2013 diversamente dalla impresa-tipo su cui \u00e8 modellato il Codice &#8211; convivono, per definizione, con un rischio finanziario elevato, con pi\u00f9 o meno rilevanti perdite iniziali, con la necessit\u00e0 di provvedere spesso a correzioni di rotta in tempi molto brevi. Di conseguenza, i meccanismi di allerta previsti dal Codice corrono il rischio di inviare i segnali sbagliati: nel caso delle startup innovative l\u2019attivazione dei meccanismi di allerta altro non fa se non segnalare che le startup stesse stanno facendo ci\u00f2 per cui sono nate: investire sul futuro. Il problema \u00e8 che, una volta attivati, i meccanismi di allerta tendono ad allontanare gli investitori e quindi a troncare anzitempo iniziative imprenditoriali che meriterebbero invece di poter fare la loro strada. Non basta: il dato caratteristico delle startup innovative sono la snellezza e la rapidit\u00e0 decisionale, la concretezza e, spesso, la struttura informale della <em>governance<\/em>. Costringere le startup innovative nella gabbia di assetti organizzativi pesanti \u2013 ineccepibili, forse, sotto un profilo formale ma gravosi \u2013 significa costringerle a muoversi pi\u00f9 lentamente e ad impiegare le risorse disponibili verso finalit\u00e0 che con la crescita hanno spesso molto poco a che fare. Come spesso accade in questo Paese, abbiamo preferito l\u2019immobilit\u00e0 alla eventualit\u00e0 degli abusi.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Tutto questo ha una sola conseguenza: <strong>il Codice<\/strong> &#8211; ma non solo il Codice \u2013 invita caldamente le nostre startup a essere e rimanere \u201cminori\u201d. Impone loro di \u201cprofessionalizzarsi\u201d anzitempo, ad abbandonare la logica del <em>growth first<\/em> e\/o a fare della <strong>capitalizzazione<\/strong> e del <strong>punto di pareggio <\/strong>e non della crescita il loro target immediato. Per questa strada, indubbiamente, si riducono i \u201ccosti della crescita\u201d ma si obbliga anche la startup innovativa a diventare, prima del tempo, una mini-impresa fatta e finita incapace per\u00f2 di stare sul mercato. Chi conosce il comparto delle startup sa che sono migliaia le startup innovative presenti nei portafogli degli investitori e ormai in rianimazione o, per essere pi\u00f9 espliciti, in attesa di liquidazione. I fondi di <em>venture capital <\/em>avviati nel 2013 o nel 2014 si porranno a brevissimo termine il tema delle liquidazioni e delle svalutazioni. Quando ci\u00f2 accadr\u00e0, l\u2019immagine dell\u2019Italia come paese innovativo non ne uscir\u00e0 migliorata e forse non sarebbe sbagliato fermarsi fin d\u2019ora a riflettere sul tema.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Nulla vieterebbe, naturalmente, di intervenire sul Codice per fare in maniera che possa riconoscere appieno la natura ed il <em>modus operandi <\/em>delle startup innovative. Ma la sostanza rimane: l\u2019attuale contesto normativo sembra essere costruito \u2013 e forse lo \u00e8 veramente \u2013 per <strong>sopprimere gli <em>animal spirits<\/em> degli imprenditori e soprattutto degli imprenditori innovativi. <\/strong>Facendo della necessit\u00e0 di fronteggiare i rischi legali e burocratici il loro <em>core business<\/em>, a scapito della agilit\u00e0 e della sperimentazione. Frapponendo ostacoli su quella che dovrebbe essere la loro missione: crescere molto rapidamente o, se del caso, uscire dal mercato altrettanto rapidamente. Le economie di mercato dinamiche si ispirano al principio della \u201cseconda opportunit\u00e0\u201d e, se ci\u00f2 implica una minore tutela dei creditori, accettano volentieri di pagarne il prezzo. Per converso, una regolazione minuta e sovrabbondante fa s\u00ec che il carattere di fondo delle startup \u2013 ed in particolare delle startup innovative \u2013 e cio\u00e8 l\u2019attitudine al rischio venga compresso e contenuto fino a diventare un elemento marginale. Sia chiaro, il tema non \u00e8 quello del rifiuto della trasparenza e della correttezza gestionale. Il tema \u00e8 quello del <strong>riconoscimento esplicito<\/strong> \u2013 anzi della tutela \u2013 di un elemento di fondo delle economie di mercato dinamiche. Queste hanno bisogno di contesti normativi che incoraggino e favoriscano il metodo del<strong> <em>trial and error<\/em>,<\/strong> e non si limitino a tollerarlo con malcelato fastidio.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>In breve, in Italia l\u2019unicorno \u2013 lungi dall\u2019essere sinonimo di un\u2019impresa giovane e di grande successo \u2013 \u00e8 e rimane un animale mitologico. E questo anche se, come abbiamo visto, la politica non ha mancato di interessarsi al problema.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Troppi semi, pochi frutti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>A far data dal 2012 \u2013 e pi\u00f9 precisamente dalla Legge 179, il cosiddetto Smartup Act \u2013 le iniziative si sono moltiplicate. Sono stati promossi incubatori certificati, sono stati concessi finanziamenti (Smart &amp; Start Italia, Smart Money) tanto a livello nazionale quanto a livello regionale, sono stati attivati fondi settoriali e di stadio (Fondo Nazionale Innovazione), sono stati introdotti incentivi fiscali agli investimenti in startup. In complesso, le risorse pubbliche mobilizzate annualmente sono passate dalle poche decine di milioni dei primi anni dello scorso decennio a qualche centinaio di milioni negli ultimi anni. Cos\u00ec come si \u00e8 decuplicato l\u2019intervento del Fondo di Garanzia. Al tempo stesso, il mancato coordinamento degli interventi non ha fatto altro che tradursi in <strong>maggiore complessit\u00e0 <\/strong>e in una moltiplicazione di iniziative, ognuna di taglia spesso molto piccola. La durata limitata nel tempo di alcuni benefici ha offerto un supporto nelle fasi iniziali della vita delle startup. Supporto che viene a mancare proprio quando esse affrontano il salto dimensionale. Le ripetute modifiche normative \u2013 per esempio, in tema di incentivi fiscali \u2013 hanno generato incertezza, mentre manca ancora una modalit\u00e0 trasparente di valutazione dell\u2019impatto delle risorse pubbliche cos\u00ec impiegate. All\u2019idea di una laica selezione basata sulla qualit\u00e0, senza peraltro disperdere il know how generato, sembriamo preferire il mantenimento dello <strong>status quo<\/strong> anche quando questo implica coltivare sogni di gloria che non hanno un sottostante realistico e non concentrare le risorse sui casi pi\u00f9 promettenti.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Anche sotto questo profilo il parallelo con la Francia \u00e8 interessante. <strong>BpiFrance <\/strong>\u2013 banca pubblica d\u2019investimento che agisce sia con investimenti diretti sia come fondo di fondi \u2013 nasce nel 2013. Le risorse mobilizzate dalla sola BpiFrance in fondi di venture capital passano da poco meno di 300 milioni di euro nel 2013 ai 900 milioni degli ultimi anni. Inoltre, la Francia ha implementato robusti crediti d\u2019imposta per R&amp;D (Cr\u00e9dit d\u2019Imp\u00f4t Recherche) e altri incentivi fiscali per nuove imprese (esenzione fiscale temporanea per <em>jeunes entreprises innovantes<\/em>). Unitamente, ai crediti d\u2019imposta per R&amp;D e per le <em>jeunes entreprises innovantes<\/em>, la Francia mobilit\u00e0 oggi risorse pubbliche pari a 10 volte quelle italiane. Station F \u2013 il pi\u00f9 grande incubatore al mondo \u2013 \u00e8 l\u2019espressione tangibile di un investimento massiccio nell\u2019immagine e nelle infrastrutture per startup che, dal 2017, con il programma Startup Nation, si \u00e8 esteso al tema della loro crescita dimensionale e all\u2019attrazione di investitori esteri. Un investimento guidato da priorit\u00e0 ben definite e capace di tradursi in risultati visibili.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Anche qui le cose da fare sono note e non sarebbero poi cos\u00ec difficili da realizzare. Ferma restando la necessit\u00e0 di garantire un ambiente normativo stabile e attrattivo per le attivit\u00e0 innovative e per i fondi di venture capital internazionali, sarebbe il caso di <strong>riordinare gli incentivi,<\/strong> semplificandoli ed eliminando le duplicazioni e le sovrapposizioni, aumentandone la massa critica e concentrando le risorse sulle startup con alto potenziale di crescita o in settori strategici. Individuando modalit\u00e0 per un rigoroso monitoraggio dei risultati e per l\u2019attrazione di capitali esteri e domestici privati. Ponendo esplicitamente in concorrenza fra loro le realt\u00e0 regionali. Un impegno forse noioso per uno Stato, come il nostro, che ama definire se stesso uno \u201cStato stratega\u201d, ma che alla prova dei fatti riesce spesso a combinare miopia e inefficienza (come \u00e8 in buona misura inevitabile, data la sua limitata conoscenza del reale).<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Il tempo stringe. Il grande lavoro fatto sul versante della finanza pubblica non pu\u00f2 che diventare sempre pi\u00f9 gravoso e difficile in assenza di una crescita sostenuta. Le energie di cui abbiamo bisogno sono spesso davanti ai nostri occhi. Lasciamo che si esprimano liberamente, <strong>accompagnandole<\/strong> senza presumere di conoscere la realt\u00e0 meglio di loro.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Centro Studi Assolombarda, Unione Industriali di Torino e Confindustria Genova, L\u2019impatto occupazionale delle startup innovative italiane tra il 2012 e il 2023, (Settembre 2024; <a href=\"https:\/\/www.assolombarda.it\/centro-studi\/limpatto-occupazionale-delle-startup-innovative-italiane-dal-2012-al-2023\">https:\/\/www.assolombarda.it\/centro-studi\/limpatto-occupazionale-delle-startup-innovative-italiane-dal-2012-al-2023<\/a>)<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>MIMIT, Rapporto sui trend economici delle startup innovative, 2018-2025 (vari anni; <a href=\"https:\/\/www.mimit.gov.it\/it\/impresa\/competitivita-e-nuove-imprese\/start-up-innovative\/relazione-annuale-e-rapporti-periodici#trend\">https:\/\/www.mimit.gov.it\/it\/impresa\/competitivita-e-nuove-imprese\/start-up-innovative\/relazione-annuale-e-rapporti-periodici#trend<\/a>)<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Nicola Rossi, Un miracolo non fa il santo. La distruzione creatrice nella societ\u00e0 italiana, 1861-2021 (IBL Libri, 2024)<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":true},"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/cn\/wp-json\/wp\/v2\/cp_magazine\/3790"}],"collection":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/cn\/wp-json\/wp\/v2\/cp_magazine"}],"about":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/cn\/wp-json\/wp\/v2\/types\/cp_magazine"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/eccellenzedimpresa.it\/cn\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3790"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}