L’agroalimentare italiano continua la sua crescita inarrestabile nonostante dazi e incertezze planetarie
Il sistema agroalimentare italiano si conferma uno dei pilastri dell’economia nazionale.
Nonostante le incertezze legate ai dazi americani, soprattutto nei settori del vino e della pasta, l’export continua a registrare risultati record.
Nel 2024 l’agricoltura italiana ha inoltre conquistato il primo posto nell’Unione Europea per valore aggiunto, rafforzando il suo ruolo di eccellenza e competitività a livello internazionale.
L'agricoltura italiana torna al vertice in Europa
Nel 2023 e nel 2024 l’Italia ha riconquistato il primo posto in Europa per valore aggiunto agricolo, superando nuovamente i principali concorrenti e consolidando la propria leadership. Un traguardo di grande importanza, perché il valore aggiunto rappresenta la ricchezza effettivamente creata dal settore, al netto dei costi intermedi, ed è quindi l’indicatore più fedele della sua solidità e competitività.
Dopo aver guidato l’Europa ininterrottamente dal 2013 al 2021, l’Italia aveva ceduto temporaneamente il primato alla Francia nel 2022. Le stime iniziali lasciavano pensare che il divario si sarebbe mantenuto anche nel 2023, ma i nuovi dati Eurostat e Istat raccontano un’altra storia: il nostro Paese non solo ha recuperato il vertice già nel 2023, ma nel 2024 ha ulteriormente allungato le distanze. L’agricoltura italiana ha infatti raggiunto un valore aggiunto di 43,0 miliardi di euro, davanti alla Spagna con 38,5 miliardi, alla Francia con 35,4 miliardi e alla Germania con 31,1 miliardi, generando da sola oltre il 18% della ricchezza agricola complessiva dell’Unione Europea.

Questo primato risulta ancora più significativo se si considera il peso ridotto dei sussidi pubblici nel nostro Paese. Nel 2024 l’Italia ha ricevuto 5,3 miliardi di euro di aiuti, a fronte degli 8,6 miliardi della Francia, dei 7,4 miliardi della Germania e dei 5,6 miliardi della Spagna. Il rapporto tra sussidi e valore aggiunto agricolo è stato così del 12,4% in Italia, contro il 24,3% della Francia, il 23,7% della Germania e il 14,6% della Spagna, a fronte di una media UE del 22,6%.
L’agricoltura italiana, quindi, non solo genera più ricchezza, ma lo fa con minori sostegni esterni, dimostrando di saper competere grazie alla qualità delle produzioni, all’efficienza e alla capacità di innovazione. Un modello di eccellenza che conferma la centralità del nostro Paese nello scenario agricolo europeo.

Agricoltura italiana: produzione e occupazione in crescita
Il 2024 è stato un anno positivo per l’agricoltura italiana, che ha registrato una crescita più sostenuta rispetto all’economia nazionale. Lo certifica l’Istat nel suo ultimo rapporto sull'andamento dell’economia agricola (anno 2024).
La produzione è aumentata dello 0,6% in volume e il valore aggiunto del 2,0% (contro il +0,7% del PIL complessivo secondo le ultime revisioni).
Il comparto agroalimentare – che include agricoltura, silvicoltura, pesca e industria alimentare – ha fatto ancora meglio: il valore aggiunto è cresciuto del +3,0% in volume, trainato dall’industria alimentare, delle bevande e del tabacco (+3,9%). La quota del valore aggiunto agroalimentare sul totale nazionale è salita al 4,2%, confermando il ruolo strategico della filiera (peraltro con un rafforzamento del peso del settore primario).
Il miglioramento non riguarda solo i volumi: i prezzi agricoli di vendita sono cresciuti dell’1,8%, mentre i costi degli input sostenuti dagli agricoltori sono crollati del -7,1% (energia -15,2%, concimi -13,5%). Questo ha determinato un aumento della redditività, misurata dalla cosiddetta ragione di scambio: il rapporto tra i prezzi dei prodotti venduti (output) e quelli dei beni acquistati (input). Nel 2024 questo indicatore è salito del 9,6%, segnalando margini più ampi per le imprese agricole. In altre parole, i ricavi sono cresciuti mentre i costi sono diminuiti, creando condizioni economiche favorevoli per il settore.

Anche l’occupazione è cresciuta: +0,7% nel settore agricolo e +1,6% nell’agroalimentare, grazie soprattutto ai dipendenti (+3,1%), mentre gli indipendenti sono calati (-0,7%). Nell’industria alimentare l’input di lavoro è aumentato del 3,9%, segnale di una filiera in espansione.
Produzione industriale: i prodotti alimentari resistono bene nel contesto di debolezza
L’analisi dei dati più recenti (gennaio-luglio 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024) conferma una dinamica divergente tra il manifatturiero nel suo complesso e il comparto dell’industria agro-alimentare.
Dopo la fase di crescita del 2021 e la successiva flessione iniziata nella seconda metà del 2022, il manifatturiero continua a mostrare debolezza: nei primi sette mesi del 2025 registra una contrazione media del -1,5% rispetto all’anno precedente (mentre il totale industria segna -0,8%).
Se confrontiamo i livelli attuali (aggiornati a luglio 2025 e con base 2021 =100), la distanza è evidente: il manifatturiero si colloca a 95,2 (-4,8 punti), il totale industria a 94,2 (-5,8 punti).
All’opposto, il comparto alimentari, bevande e tabacco non solo mantiene un livello superiore al 2021 (104,2) ma cresce anche rispetto allo stesso periodo (gennaio-luglio) dell’anno precedente (+1,6%). All’interno di questo aggregato spiccano le industrie alimentari, che raggiungono 105,9 con un incremento tendenziale pari al +2,5% rispetto al 2024 (mentre il settore vino e bevande continua ad arretrare).
In sintesi, vi è una duplice divergenza che si è avviata da circa 2 anni ed è confermata negli sviluppi recenti: da un lato, tra il trend del settore agroalimentare e quello del manifatturiero complessivo; dall’altro, all’interno dello stesso comparto agroalimentare, dove sono gli alimentari a trainare il buon andamento, mentre vini e bevande restano in difficoltà.


L'export dell'agroalimentare italiano raggiunge un traguardo storico
L’agroalimentare italiano festeggia un risultato senza precedenti: per la prima volta l’export ha superato la soglia dei 70 miliardi di euro, attestandosi a 71,1 miliardi nell’anno scorrevole da luglio 2024 a giugno 2025. Un traguardo che segna un vero e proprio raddoppio rispetto al 2014, quando le esportazioni si fermavano sotto i 35 miliardi. In dieci anni, la forza del Made in Italy ha saputo imporsi sui mercati internazionali grazie a una combinazione vincente di qualità, innovazione e tradizione.
Secondo gli ultimi dati Istat, nei primi sei mesi del 2025 le esportazioni di prodotti agroalimentari sono cresciute del +5,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’agricoltura ha registrato un incremento del +10,1% (471,1 milioni di euro), mentre l’industria alimentare e delle bevande ha raggiunto i 30,8 miliardi di euro, in aumento del +5,2%. A fine 2024, l’export agricolo ammontava a 9,3 miliardi e quello dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco a 59,8 miliardi, per un totale di 69,1 miliardi di euro.
Per decenni, la bilancia agroalimentare italiana complessiva è rimasta in rosso, a causa della forte dipendenza dall’estero per cereali, soia, animali vivi, pescato e prodotti a bassa trasformazione come carni fresche e latte. Nel 2014 il saldo negativo ammontava a 7,6 miliardi di euro. Oggi lo scenario è completamente cambiato: nel 2023 si è registrato per la prima volta un piccolo surplus di circa 750 milioni, salito a 1 miliardo nel 2024. Un’inversione di tendenza trainata dai risultati straordinari dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco, che in soli dieci anni è passata da un deficit di 562 milioni (2014) a un surplus di 14,2 miliardi di euro (2024).


Questi numeri raccontano una storia di crescita armonica e di eccellenza diffusa, che ha portato l’Italia a conquistare primati mondiali in numerosi comparti. Nel 2024 il nostro Paese è diventato il secondo esportatore mondiale di formaggi (5,8 miliardi di dollari), superando Francia e Paesi Bassi e piazzandosi dietro alla sola Germania (6,7 miliardi), grazie alla leadership nei formaggi duri, nel gorgonzola e nelle mozzarelle. L’Italia si conferma poi primo esportatore mondiale di pasta (4,7 miliardi di dollari), derivati del pomodoro (3,2 miliardi) e prosciutti (1,3 miliardi).
Anche il settore vitivinicolo continua a brillare: siamo il secondo esportatore mondiale di vini (8,8 miliardi di dollari), dopo la Francia (12,7 miliardi), e primi al mondo per vermouth e aceti, con esportazioni rispettivamente di 291 e 394 milioni di dollari. Completano il quadro altri due primati: leader mondiale nell’export di mele (1,1 miliardi di dollari) e secondo posto nel caffè torrefatto (2,2 miliardi), dietro solo alla Svizzera.
L’agroalimentare italiano dimostra così di essere non solo un pilastro economico, ma anche un ambasciatore della cultura e dello stile di vita italiani nel mondo.
I "Magnifici 7": pilastri dell'export agroalimentare italiano
Nell’ultimo anno (scorrevole al 2° trimestre 2025), l’export agroalimentare italiano consolida la fase espansiva: se il totale agroalimentare superano la soglia dei 70 miliardi di euro i “Magnifici 7” toccano i 42,0 miliardi. La crescita è dunque più vivace nel perimetro dei “Magnifici 7” (7,7% a fronte di una crescita del comparto del 7%), a conferma del loro ruolo trainante all’interno del paniere agroalimentare.
All’interno dei “Magnifici 7”, emergono variazioni tendenziali molto eterogenee: spiccano cioccolata e preparazioni con cacao (+23,5%), formaggi e latticini (+13,7%) e prodotti da forno (+10,5%), che crescono tutti a doppia cifra. Positivi anche conserve animali (+7,2%) e ortaggi e frutta trasformati (+6,4%). Invece, risultano più moderati i progressi per vini di uve (+3,1%) e pasta e riso (+1,8%). Sul fronte congiunturale, quasi tutti i segmenti avanzano; fanno eccezione vini (-0,4%) e pasta e riso (-0,7%), che forse mostrano debolezza anche per le politiche tariffarie attuate o minacciate della amministrazione Trump.
In valore assoluto, la leadership per dimensioni resta agli ortaggi e frutta trasformati (12,6 miliardi), seguiti da vini (8,1 miliardi), formaggi e latticini (5,8 miliardi), pasta e riso (5,2 miliardi), prodotti da forno (4,5 miliardi), cioccolato (3,2 miliardi) e conserve animali (2,7 miliardi).

Quasi due terzi (59%) del valore esportato dal settore agroalimentare dipende da questi sette pilastri, che sono quindi fondamentali per la competitività del Made in Italy nel mondo.
Tra questi, il primato spetta ai prodotti vegetali trasformati: ortaggi e frutta lavorati guidano la classifica, anche grazie alla crescente domanda di alimenti salutari, pratici e pronti al consumo. È un trend che riflette le nuove abitudini alimentari e la ricerca di prodotti sostenibili, soprattutto nei mercati più evoluti.
Un altro elemento chiave è l’orientamento verso l’alto di gamma: la forte crescita di formaggi e latticini (+13,7%) e cioccolato (+23,5%) dimostra che i consumatori internazionali premiano la qualità, la tradizione e le certificazioni DOP/IGP. Questi segmenti non competono sul prezzo, ma sulla distintività e sul valore percepito, e questo rafforza il posizionamento premium del Made in Italy.
Non mancano però segnali di debolezza: vini di uve e pasta e riso mostrano segni di rallentamento. Pesa l’incertezza legata alle politiche tariffarie statunitensi. L’amministrazione Trump ha già introdotto dazi sui vini italiani e minaccia super-dazi sulla pasta a seguito di una inchiesta antidumping piuttosto dubbia. Il mercato USA vale circa 1,9 miliardi di euro per il vino e oltre 0,7 per la pasta. Imposizioni tariffarie sregolate rischiano di avere effetti pesanti su due filiere simbolo del Made in Italy. Non stupisce che le associazioni di categoria abbiano già chiesto di prendere misure a livello UE e internazionale per evitare una guerra commerciale che colpirebbe il cuore dell’agroalimentare italiano.