Dalla “scossa” dei dazi lo stimolo per crescere di più
Articolo di Marco Fortis in esclusiva per EDI
Il Made in Italy può superare con successo anche questa sfida
I progressi dell’Italia nell’export mondiale durante gli ultimi dieci anni sono stati straordinari. Dal 2014 al 2024, tra i Paesi del G-7, l’export italiano è quello cresciuto di più in valore (+27,3%), in linea con l’export degli Stati Uniti (+27,4%): un incremento, quello dell’Italia, che è oltre il doppio dell’aumento di Germania (+12,6%) e Francia (+10,1%), con Giappone (+2,4%) e Regno Unito (+0,4%) praticamente fermi.


Escludendo i Paesi Bassi, i cui valori di export sono gonfiati in misura abnorme dai transiti portuali di merci, l’Italia nel 2024 si è piazzata al sesto posto tra gli esportatori mondiali, preceduta da Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone e, di poco, dalla Corea del Sud. Nel primo semestre del 2024, per la prima volta nella storia moderna, l’Italia ha addirittura conquistato il quarto posto tra gli esportatori, precedendo temporaneamente anche Giappone e Corea del Sud.
Ma il dato forse più significativo è un altro, cioè il seguente. In base alle statistiche dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), escludendo l’automotive, che non è una “specializzazione” italiana (ovviamente Ferrari, Maserati e Lamborghini a parte), e il cui peso nell’export del pianeta è pari soltanto al 7,8%, nel restante 92,2% delle esportazioni mondiali l’Italia è salita dal nono posto tra gli esportatori che deteneva nel 2013 al quarto posto nel 2023: posizione che sarà sicuramente confermata anche dai dati del 2024, non ancora disponibili. Soltanto Cina, Stati Uniti e Germania precedono l’Italia in questa particolare classifica. Francia, Giappone e Corea del Sud sono nettamente alle nostre spalle. Ciò grazie all’accresciuta diversificazione merceologica dell’export italiano, che spazia ormai dalla moda alla farmaceutica, dagli yacht ai mobili, dalla meccanica all’alimentare e bevande, dalla cosmetica alle navi da crociera.
Nonostante il rallentamento intervenuto nel 2024, a seguito della crisi economica della Germania e degli scambi intra-comunitari, l’export italiano sembra essersi ripreso in avvio di 2025: nei primi tre mesi di quest’anno, infatti, è aumentato in termini tendenziali del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2024. Le esportazioni delle altre tre maggiori economie dell’Eurozona sono invece restate al palo: Spagna +0,1%, Francia -0,2%, Germania -0,6%.

Sotto il profilo congiunturale, secondo i dati destagionalizzati dell’OCSE, nel primo trimestre del 2025 le esportazioni italiane sono cresciute del 3% rispetto al quarto trimestre del 2024: uno degli incrementi più forti tra i Paesi del G-20 e del G-7. L’Italia, inoltre, ha messo a segno anche la crescita congiunturale più sostenuta dell’export di servizi tra i Paesi del G-20: +7,2%.
Ma che cosa accadrà ora all’export italiano con i dazi americani?
Il “deserto dei tartari” dei dazi di Trump
I cambi di scenario sui dazi annunciati da Donald Trump con il Liberation Day del 2 aprile scorso sono ormai giornalieri. Le fughe in avanti e le retromarce di un uomo che, settimana dopo settimana, sembra avere i connotati più di un presidente sudamericano che americano, non si contano più. Nell’immaginazione e nella narrativa populista di Trump, c’è stato un momento in cui Canada e Messico sono stati indicati come i primi “nemici” degli USA, in cima alla lista dei Paesi che, a giudizio del presidente americano, avrebbero impoverito gli Stati Uniti. Poi, a finire nel mirino di Trump, è stata la volta della Cina. Più recentemente è toccato a Bruxelles, con la minaccia di alzare i dazi sui prodotti europei dal 10% al 50% nel giro di una settimana. Anche questo annuncio, però, è stato subito smentito con il rinvio al 7 luglio di ogni decisione e la immediata riapertura di un negoziato USA-UE. Il Presidente americano non ha mancato di prendersela anche con la Apple, minacciandola di dazi molto elevati qualora non si decida a produrre i suoi IPhone negli Stati Uniti. Poi a fine maggio Trump ha accusato di nuovo la Cina.
Le continue esternazioni di Trump, tra un tweet e l’altro, oltre a gettare nel caos le borse mondiali, ad indebolire il dollaro e il debito americano, hanno anche avuto l’effetto di generare una incertezza senza precedenti tra gli operatori dell’economia reale e tra gli esportatori. Da settimane, ormai, il mondo è come paralizzato nell’attesa di una guerra commerciale planetaria che, tuttavia, per ora non è cominciata, se non a parole. Con dazi per il momento limitati al 25% su auto, alluminio e acciaio. La domanda chiave è: i dazi americani alla fine si materializzeranno davvero e, se sì, essi prenderanno forma nella misura temuta? O finiranno invece col diventare come i tartari immaginari del noto romanzo “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati: cioè una minaccia il cui arrivo il comandante Drogo e i suoi compagni della fortezza Bastiani hanno atteso invano per anni, scrutando l’orizzonte del deserto?
Le imprese del Made in Italy non devono avere paura ma guardare avanti
Per le imprese italiane, la strategia vincente contro la follia protezionistica di Trump è innanzitutto quella di non fermarsi nemmeno per un attimo, di non rimanere paralizzate nell’attesa di un qualcosa che per il momento è ancora del tutto indefinito. Anche perché i colpi di scena clamorosi, tra l’altro, non mancano, come la decisione della Court of International Trade americana, che il 29 maggio ha dichiarato illegali e nulle le tariffe del Liberation Day, affermando che il Presidente non ha il potere di imporle, e contro cui l’amministrazione Usa ha subito deciso di ricorrere in appello. Un’altra Corte ha poi sospeso il provvedimento della prima. Insomma, un caos totale. Vedremo come andrà a finire.
Nel clima di incertezza che il comportamento della presidenza Trump ha determinato, il Made in Italy deve proseguire senza tentennamenti, diritto sulla sua strada, fatta di innovazione e diversificazione dei prodotti, nonché di differenziazione dei propri mercati di esportazione. È con queste ricette che l’Italia è già riuscita a neutralizzare/compensare un calo considerevole di ben 6,5 miliardi in due anni, nel 2023 e 2024, del suo export verso la Germania in crisi. Come ci è riuscita? Semplice: esportando di più nella Penisola Arabica e in Estremo Oriente.
I positivi dati del nostro export nel primo trimestre di quest’anno, di cui abbiamo accennato in precedenza, sono stati derubricati da alcuni commentatori a semplici fenomeni di accaparramento di nostri prodotti sul mercato USA, in vista dell’eventuale imposizione di dazi. In realtà, non è proprio così. È vero che sono aumentate molto le nostre esportazioni verso gli USA, in particolare di prodotti farmaceutici, ma anche di moda, alimentari, apparecchi elettrici, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli. Ciò è stato dovuto ad accaparramenti? Difficile dirlo. In ogni caso, è un dato di fatto, se così fosse avvenuto, che gli accaparramenti avrebbero in tal caso riguardato quasi solo i prodotti italiani e un po’ quelli tedeschi (con una spinta al PIL della Germania nel primo trimestre, rivisto al rialzo a +0,4%), viste le dinamiche negative delle esportazioni di altri Paesi europei come Francia e Spagna. Sarebbe stata una ulteriore dimostrazione di come gli americani ritengano insostituibili i prodotti italiani.
La realtà, però, è che nel primo trimestre 2025 sono cresciute considerevolmente non solo le esportazioni del Made in Italy verso gli USA ma anche verso altri Paesi extra-UE. Una tendenza che non cambia anche considerando i primi dati preliminari di aprile 2025, che hanno fatto segnare flessioni mensili tendenziali anno su anno delle nostre vendite negli Stati Uniti stessi e anche verso altri Paesi come Giappone e India. Infatti, nei primi quattro mesi del 2025, l’export italiano risulta in forte aumento verso i Paesi OPEC (+14,8% rispetto ai primi quattro mesi del 2024) e i Paesi del Mercosur (+11,1%). Il nostro export verso i Paesi OPEC è stato trainato, in particolare, da moda, articoli in gomma e plastica, metalli e prodotti in metallo, macchinari e mezzi di trasporto. Le esportazioni verso i Paesi del Mercosur hanno invece visto in prima linea mezzi di trasporto, macchinari e articoli in gomma e plastica. Da segnalare che nei primi due mesi del 2025, le sole esportazioni italiane verso Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita (pari a 2,2 miliardi di euro) hanno superato quelle verso la Cina (2,1 miliardi).
A loro volta, nonostante il calo di aprile, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti restano nei primi quattro mesi del 2025 dell’8,4% superiori a quelle dello stesso periodo del 2024, quelle verso la Svizzera sono a +13,1%, quelle verso l’Oceania a +4,1%, quelle verso l’India a +3%. Nei primi tre mesi del 2025 si è assistito anche ad un certo risveglio del nostro export verso i Paesi UE: +5,4% la Germania (con positivi gli alimentari e la moda), +9,2% la Spagna (bene l’export di mobili, macchinari e alimentari).
C’è da dire, poi, che stiamo già sperimentando, nei fatti, uno scenario differente ma con effetti simili a quelli dei potenziali dazi statunitensi. Si tratta del crollo delle nostre esportazioni verso la Cina: -10,5% nei primi quattro mesi del 2025. Il nuovo regime di austerità e di minore ostentazione del lusso straniero imposto dal governo del gigante asiatico ha già determinato un profondo cambiamento nei modelli di consumo dei cinesi: più auto elettriche locali e meno auto tedesche, più made in China e meno lusso occidentale. Gli effetti negativi di questo nuovo clima non hanno tardato a manifestarsi anche sull’export italiano verso Pechino: nei primi tre mesi del 2025 abbiamo registrato un -23,6% per la nostra moda, un -21,4% per i nostri mobili, un -24,3% per le nostre auto. Ciò nonostante, come abbiamo visto, l’export italiano nel suo complesso sta resistendo abbastanza bene. La diversificazione produttiva e geografica del Made in Italy evidentemente paga e permette di compensare eventuali crisi dell’export su alcuni mercati o in alcuni settori. È il nostro miglior antidoto anche contro i dazi di Trump, se in futuro arriveranno per davvero nell’intensità temuta.
Teniamoci stretti il Made in Italy: sarebbe sbagliato rinunciare al modello dell’export solo perché c’è Trump
Secondo alcuni economisti, nell’era di Trump l’Italia dovrebbe rivedere il proprio modello di sviluppo se vuole continuare a crescere. L’export di beni, messo in difficoltà da eventuali guerre commerciali, a loro giudizio non basterebbe più per far aumentare il PIL.
Non condividiamo questa visione per due ragioni. La prima è che il PIL da sempre aumenta nel lungo periodo soprattutto per il contributo di consumi e investimenti e solo in alcuni anni per effetto della domanda estera netta. La seconda ragione è che la domanda estera netta, se produce ripetuti surplus commerciali con l’estero, ci rende comunque più ricchi attraverso un aumento del nostro “patrimonio”, nello specifico con un miglioramento della nostra posizione patrimoniale positiva sull’estero. Ciò anche qualora il PIL (che in questo nostro paragone un po’ forzato, ma che rende l’idea, è come se fosse uno “stipendio”), dovesse crescere poco.

Perfino la Germania, che è in crisi economica profonda da cinque anni se si considera la sola dinamica del PIL, grazie al fatto di possedere un surplus commerciale elevato, ha visto aumentare comunque la sua posizione patrimoniale positiva sull’estero di oltre 1.400 miliardi di euro dal 2019 al 2024. Ciò perché, grazie all’export e nonostante quest’ultimo non abbia fatto aumentare il PIL, è come se Berlino avesse staccato ogni anno per cinque anni delle gigantesche “cedole” dal suo surplus commerciale, “cedole” che hanno accresciuto il suo patrimonio netto, rendendola sempre più creditrice verso il resto del mondo.
L’Italia, che per di più, a differenza della Germania, ha visto anche aumentare considerevolmente il suo PIL dopo il Covid, ha fatto esattamente lo stesso. Infatti, grazie ai ripetuti surplus commerciali garantiti da un export competitivo, il nostro Paese è arrivato a detenere a fine 2024 una posizione patrimoniale sull’estero positiva per ben 335 miliardi di euro, pari al 15,3% del PIL. Ecco perché, Trump o non Trump, un Made in Italy competitivo potrà renderci più ricchi anche in futuro, pur senza contribuire molto all’aumento del PIL.
L’invito del Governatore della Banca d’Italia a fare di più
Nelle sue considerazioni finali sul 2024, il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha tracciato un quadro dei progressi dell’economia italiana degli ultimi anni e una precisa agenda per rafforzarli. I progressi hanno avuto le loro radici nella capacità dell’Italia di reagire al duplice “schiaffo” della crisi internazionale dei mutui subprime del 2009 e a quella del contagio del debito greco nel 2011-2013. Con la stessa capacità e determinazione l’Italia può reagire oggi anche allo “schiaffo” della politica protezionistica di Trump: uno schiaffo che, paradossalmente, può perfino essere uno stimolo a fare meglio.
In sintesi, il Governatore ha sottolineato che “negli ultimi cinque anni, nonostante le crisi pandemica ed energetica, il Paese ha mostrato segni di una ritrovata vitalità economica. La crescita ha superato quella dell’area dell’euro. Il PIL è aumentato di circa il 6 per cento, trainato da un incremento di quasi il 10 nel settore privato. Oltre che dalle costruzioni, un contributo significativo è venuto dai servizi, in espansione sia nei comparti tradizionali sia in quelli avanzati. Gli occupati sono aumentati di un milione di unità, raggiungendo il massimo storico di oltre 24 milioni; il tasso di disoccupazione è sceso dal 10 al 6 per cento. Il Mezzogiorno ha registrato uno sviluppo leggermente superiore alla media nazionale”.
Panetta ha sottolineato che “questi risultati sono stati favoriti da politiche espansive, ma non sarebbero stati possibili senza la ristrutturazione del tessuto produttivo avviata dopo la crisi dei debiti sovrani. Tra il 2013 e il 2023, la produttività del lavoro nel settore privato è aumentata in media dello 0,7 per cento all’anno, mentre la produttività totale dei fattori è cresciuta di oltre l’1, segnando un netto miglioramento rispetto al periodo 2000-2013. Nel settore delle imprese, si è ampliata in misura significativa la quota di occupati presso realtà medio-grandi, e il numero di aziende con almeno 250 addetti è aumentato di un terzo. Si è diffuso l’utilizzo di tecnologie avanzate, come il cloud computing, la robotica, l’intelligenza artificiale. Nel tempo, la redditività e la solidità patrimoniale delle imprese sono fortemente migliorate. È una reazione del sistema produttivo ai cambiamenti globali che fa ben sperare – ha osservato il Governatore, ma è solo un primo passo”.
Secondo Panetta, in particolare, “nonostante le difficoltà attuali, l’industria italiana non è destinata al declino. In tutti i comparti operano aziende dinamiche e competitive, che investono in tecnologia e ricerca e si posizionano in fasce di alta gamma. Queste solide fondamenta rappresentano un vantaggio strategico nella competizione globale, ma vanno rafforzate. Le imprese devono proseguire nel percorso di innovazione e investimento, sostenute da politiche pubbliche che le mettano nelle condizioni di affrontare con successo le trasformazioni in atto”. Quali? Per Panetta è urgente intervenire sul costo dell’energia ma soprattutto occorre un’azione pubblica rivolta a sostenere l’innovazione stimolando la ricerca privata e gli investimenti in tecnologia. Ciò per innalzare anche salari e produttività.
In conclusione, per Panetta il giudizio sulle prospettive dell’economia italiana, nonostante tutto e nonostante anche Trump, è positivo. Un quotidiano italiano ha addirittura definito le Considerazioni finali del Governatore un “manifesto anti-lagna”. Secondo Panetta, “dopo la scossa delle crisi finanziaria globale e dei debiti sovrani, stiamo vedendo segni di cambiamento: nella manifattura e nei servizi, nel settore finanziario, nel funzionamento delle Amministrazioni pubbliche, nella capacità di ricerca. Sono segni di vitalità che non vanno dispersi. Non sono risultati compiuti, ma rappresentano un avanzamento reale. È una base concreta su cui costruire, impegnandosi nelle riforme, combattendo le rendite di posizione, offrendo prospettive ai giovani. Abbiamo – ha concluso Panetta - la responsabilità e la possibilità di farlo”.