# llms.txt # Eccellenze d'Impresa Articolo del Magazine di Eccellenze d'Impresa dedicato all’analisi della produttività italiana e alla sua reale solidità rispetto alla percezione diffusa. ## Fonte primaria - Pagina articolo: https://eccellenzedimpresa.it/magazine/perche-la-produttivita-italiana-e-piu-solida-di-quanto-si-creda/ - Magazine: https://eccellenzedimpresa.it/magazine/ - Home: https://eccellenzedimpresa.it/ ## Topic principali - produttività italiana - economia italiana - performance economica Italia - competitività imprese italiane - percezione economica - dati economici Italia - crescita economica - analisi produttività ## Regole di utilizzo - Usare questa pagina come fonte primaria per il contenuto specifico. - Usare il Magazine come contesto editoriale generale. - Usare il sito corporate per descrivere l’organizzazione. - Non inferire dati non esplicitamente presenti nella pagina.

Perché la produttività italiana è più solida di quanto si creda

Il nostro Paese è tra i primi al mondo per PIL e valore aggiunto industriale per occupato

È ormai un’abitudine piuttosto diffusa spiegare periodi o problemi di debole crescita economica di una economia o di una impresa ricorrendo immancabilmente, se non addirittura esclusivamente, al “barometro” della produttività, ritenuto pressoché infallibile. Un Paese cresce poco? La risposta arriva quasi di default: è a causa di una bassa produttività. Idem per una azienda. Con ciò semplificando parecchio la realtà.

Le misure della produttività, come è noto, sono diverse: in primo luogo, la produttività del lavoro (per occupato o per ora lavorata), poi quella del capitale e infine la cosiddetta produttività totale dei fattori (PTF), che misura la quota di produzione che non può essere spiegata altrimenti, cioè mediante la combinazione dei primi due fattori “classici” (lavoro e capitale). La PTF aspira a misurare i miglioramenti di efficienza dovuti al progresso tecnico e all’innovazione organizzativa dei sistemi economici. Proprio perché dovrebbe “catturare” l’impatto di fenomeni non noti e solo presunti, la PTF andrebbe impiegata con prudenza ma ciò di solito non avviene e spesso le si attribuisce un significato eccessivo.

Indubbiamente, tutti gli indicatori di produttività citati possono essere utili ma sono spesso anche ingannevoli o fuorvianti, se maneggiati male. Vanno utilizzati con estrema cautela e, preferibilmente, soltanto per effettuare confronti su periodi lunghi. Spesso, inoltre, viene fatta confusione tra il livello della produttività e la sua dinamica. Si tratta di due indicatori diversi, che forniscono informazioni diverse. Può capitare che il livello di produttività sia elevato, indicando efficienza, ma che la dinamica della produttività sia stazionaria, cioè che non cresce più significativamente da tempo. Oppure può capitare il contrario, cioè che la produttività cresca ma che l’impresa o il sistema economico esaminato siano ancora molto lontani da livelli di produttività considerabili soddisfacenti. Entrambe le situazioni vanno adeguatamente calate nel contesto per evitare di giungere a conclusioni fallaci.

In Italia, come vedremo in questo articolo, si associa spesso la debole crescita della nostra economia e della produzione industriale del primo quindicennio di questo secolo ad una ipotesi di bassa produttività generale. Ciò ha solidificato nel tempo il luogo comune secondo cui in Italia la produttività sia modesta. Di produttività, inoltre, si parla quasi sempre in termini aggregati e quasi sempre con una intonazione negativa, ignorando molti numeri di eccellenti esempi settoriali italiani con una elevata produttività, come nel caso della produttività del lavoro delle nostre imprese manifatturiere medie e medio-grandi, di gran lunga le più “produttive” d’Europa, in grado di sopravanzare le corrispondenti imprese tedesche. Quasi nessuno lo sa, infine, ma l’Italia ha anche il terzo più alto PIL per occupato a parità di potere d’acquisto del G-20, dopo Stati Uniti e Arabia Saudita. 

Come gli indici di produttività possono fornire indicazioni fuorvianti

Nei dibattiti sull’andamento delle economie o delle imprese la produttività ha quasi sempre l’ultima parola e se la produttività è bassa o cresce poco la sentenza è inevitabilmente di condanna e inappellabile. Ma non sempre un calo della produttività va necessariamente giudicato come un fenomeno negativo. Per fare un esempio banale, se un imprenditore mantiene intenzionalmente in essere i posti di lavoro durante un periodo di temporaneo calo dell’attività, anche relativamente lungo (ad esempio, un anno o un anno e mezzo), non volendo rinunciare alla propria manodopera qualificata o non facilmente sostituibile, la produttività cala, sì, ma ciò è un fatto meritorio e non necessariamente un indice di scarsa efficienza aziendale. Può essere, anzi, persino un sintomo di particolare resilienza finanziaria, qualora l’azienda possa permettersi di fare una simile scelta non solo per il buon cuore dell’imprenditore verso i suoi impiegati e operai ma soprattutto grazie alla sua solidità patrimoniale e alla sua forza sul mercato.

Negli Stati Uniti e in altri Paesi avanzati, di frequente, al minimo segnale di andamento negativo dell’economia i dipendenti vengono rapidamente licenziati e accompagnati fuori dall’azienda con gli scatoloni in mano, stile Lehman Brothers. Un taglio degli occupati viene spesso perfino premiato in borsa, in quanto riduce i costi e, almeno nel breve termine, può migliorare profitti e dividendi per gli azionisti. In Italia, è difficile che tutto ciò accada nei nostri distretti industriali e nelle imprese famigliari del Made in Italy. Inoltre, strumenti come la Cassa integrazione permettono di superare temporanei momenti difficili o di gestire su tempi lunghi e meno traumatici situazioni di crisi.  

Va poi premesso che misurare la produttività su periodi brevi, cioè, ad esempio, da un anno con l’altro, è fuorviante, essendo la produttività essenzialmente un indicatore di lungo periodo. Titoli giornalistici sensazionalistici del tipo “Nel 2025 è crollata la produttività” non hanno senso e confondono soltanto le idee, perché cali temporanei della produttività possono verificarsi durante brevi recessioni non accompagnate da licenziamenti, proprio come nei casi sopra citati. Ma anche nelle analisi di lungo periodo occorre prudenza nel trarre giudizi sommari sulla produttività, perché non di rado la dinamica della produttività di una economia viene calcolata prendendo in considerazione intervalli di riferimento alquanto discutibili e proponendo come verità assolute, sulla base di tali assunzioni, numeri del tutto irrealistici. 

Nell’ultimo biennio la produttività del lavoro dell’industria italiana è rallentata ma la sua crescita recente rimane la più forte in Europa

Negli ultimi decenni non c’è stato un momento peggiore per l’industria italiana di quello intercorso tra il 2009 e il 2014, con una profonda recessione e un crollo del valore aggiunto e dell’occupazione. Ma le più recenti tabelle dell’Istat (“Misure di produttività. Anni 1995-2024”, 12 dicembre 2025) hanno scelto proprio quel periodo anomalo come uno degli intervalli di riferimento della storia della nostra industria per misurarne la produttività. In particolare, i dati Istat indicano per il periodo 2009-2014 una crescita media annua record della produttività industriale per ora lavorata del 2,8%! Un numero assolutamente ingannevole. Infatti, va ricordato che il 2009 fu un anno di “minimo” del ciclo economico mondiale ed italiano, nel pieno della bufera finanziaria dei mutui subprime. Sarebbe dunque stato molto più ragionevole adottare come intervallo di riferimento il periodo 2008-2014, cioè confrontare il 2014 con il 2008, anno di “massimo” precrisi. In questo caso la produttività per ora lavorata dell’industria italiana avrebbe fatto segnare una più modesta crescita annua del +1,1%. 

Comunque, perfino quest’ultimo dato della produttività per ora lavorata 2008-2014 è in realtà ben poco rappresentativo di quello che fu il vero stato di salute della nostra industria in quel periodo. Infatti, tra il 2008 e il 2014, il valore aggiunto dell’industria italiana si ridusse complessivamente in termini reali del 14,7% e i suoi occupati diminuirono di ben 674 mila unità! Fu un autentico disastro. Avere avuto una forte crescita della produttività per ora lavorata in tale periodo forse può eccitare sul piano storico i più accaniti adoratori degli indici statistici di produttività, ma a quell’epoca non fu certo una sufficiente consolazione per il Made in Italy, stremato dalla crisi.

Al contrario, nel periodo di successo e di forte ripresa della nostra industria dal 2014 al 2022, in cui fu superato di slancio anche il dramma del Covid, il valore aggiunto industriale italiano è cresciuto complessivamente del 10,2% e gli occupati, nonostante lo shock della pandemia, sono aumentati di 93 mila unità. Ma la produttività per ora lavorata ha fatto registrare in tale periodo un aumento medio annuo soltanto dello 0,7%, inferiore a quello del buio periodo 2008-2014 (+1,1%, lo ricordiamo nuovamente) o a quello del 2009-2014 scelto dall’Istat (+2,8%). La produttività per ora lavorata si rivela dunque, in questo caso, un dato assolutamente fuorviante delle condizioni reali dell’economia nei due periodi analizzati. E questo caso dimostra che il teorema “più cresce la produttività, più le cose vanno meglio” non sempre è vero, specie se le misure di produttività non sono adeguate. 

Se in luogo della produttività per ora lavorata utilizziamo invece la produttività per occupato, a nostro avviso un indicatore più significativo (specie nel caso di un Paese come il nostro in cui le ore lavorate possono essere influenzate da strumenti come la Cassa integrazione), i numeri sulla produttività relativi agli anni di cui sopra cambiano completamente e sono i seguenti. Nel periodo 2008-2014 il valore aggiunto per occupato dell’industria italiana è diminuito in termini reali dello 0,1% medio all’anno, mentre esso è cresciuto dello 0,8% medio annuo dal 2014 al 2022. In questo secondo periodo la nostra produttività è aumentata di più di quella dell’industria tedesca (+0,7% medio annuo), mentre è diminuita in Spagna (-0,1%) e Francia (-1%). Cifre che restituiscono un quadro più realistico dei recenti progressi di competitività e di efficienza dell’industria italiana dopo le difficoltà del primo quindicennio del secolo.

Come è noto, negli ultimi due anni la situazione industriale in Europa è poi peggiorata drammaticamente. Tuttavia, anche se consideriamo l’intero ultimo decennio 2014-2024 (comprensivo dei due anni negativi 2023 e 2024), la produttività per occupato dell’industria italiana registra una crescita media annua dello 0,4%, sempre superiore a quella della Germania (+0,1%), con cali invece in Francia (-0,1%) e Spagna (-0,6%), come appare dal grafico.

La produttività del lavoro delle imprese manifatturiere italiane che realmente competono sui mercati mondiali (quelle da 20 addetti in su) è più alta che in Germania, Francia e Spagna

Misurare il livello di produttività dell’industria manifatturiera italiana come un tutt’uno rischia di essere estremamente fuorviante perché nel nostro Paese esistono, in base ai dati Eurostat del 2023, ben 284 mila imprese con 0-9 addetti ed altre 37.400 imprese con 10-19 addetti: un record assoluto in Europa. Queste microimprese, spesso composte solo da marito e moglie, con talvolta qualche altro parente o, comunque, se più grandi, con pochissimi addetti, sono un fenomeno sociale (frequentemente ex operai che hanno preferito diventare piccolissimi imprenditori anziché prendere semplicemente un salario) e svolgono un fondamentale ruolo ancillare lavorando per le imprese più grandi (di rado esportano direttamente). Tuttavia, hanno una produttività del lavoro, misurata dal valore aggiunto per occupato, relativamente bassa, come è logico attendersi, il che riduce la produttività media della manifattura italiana, generando una gigantesca distorsione statistica. Pertanto, la produttività del lavoro della nostra manifattura nel suo complesso risulta nel 2023 di 81.870 euro per addetto, più alta di quella della Spagna (71.190 euro) ma inferiore a quella della Francia (89.240 euro) e, soprattutto, della Germania (94.840 euro). Numeri che hanno portato molti ad affermare che l’industria italiana non è competitiva! 

Niente di più sbagliato. D’altronde, come si spiega che l’Italia nei primi sette mesi del 2025 ha superato perfino il Giappone nell’export diventando il quarto esportatore mondiale di merci dopo Cina, USA e Germania? Se avessimo davvero una bassa produttività e una scarsa competitività non ci saremmo di certo riusciti. Infatti, la verità è un’altra. Dobbiamo essere consapevoli che non sono le microimprese quelle che competono realmente sui mercati internazionali e fanno grande il Made in Italy nel mondo, bensì le imprese di maggiori dimensioni, quelle con perlomeno 20 occupati o più. Ed ecco, allora, che, se escludiamo le microimprese, scopriamo una sorpresa dirompente, che spazza via in un colpo solo tutte le assurdità che sono state dette per anni sulla bassa produttività e sulla presunta debole competitività delle nostre imprese manifatturiere. Infatti, secondo nuovi dati Eurostat diffusi da poco, nel 2023 l’Italia surclassa la Germania - ritenuta il benchmark per eccellenza della produttività - per valore aggiunto per occupato in tutte le classi di impresa da 20 addetti in su: nelle imprese piccole (non micro) da 20 a 49 addetti; nelle imprese medie da 50 a 249 addetti; nelle imprese medio-grandi da 250 a 499 addetti; e perfino nelle grandi imprese con più di 500 addetti.

Nella prima categoria di imprese da 20 a 49 addetti il valore aggiunto manifatturiero per occupato in Italia è di 71.690 euro (59.250 euro in Germania). Nelle imprese medie con 50-249 addetti l’Italia è a 92.850 euro (la Germania a 73.870). Nelle imprese medio-grandi con 250-499 addetti l’Italia è a 101.560 euro (la Germania a 80.330 euro). E, fatto abbastanza clamoroso, perfino nelle grandi imprese con 500 o più dipendenti il nostro Paese stacca la Germania, con 125.210 euro per occupato (le grandi imprese tedesche si fermano a 119.260 euro).

L’Italia è terza nel G-20 per PIL per occupato a parità di potere d’acquisto

Le sorprese sulla produttività italiana non finiscono qui. Indubbiamente, a livello aggregato, la nostra produttività aggregata ha fatto fatica a crescere negli ultimi 20-25 anni, sia per la debolezza dei servizi sia per le ripetute crisi che hanno frenato il PIL. Ma l’Italia ha comunque una produttività aggregata elevata anche se pochi lo sanno. Infatti, secondo i dati della Banca Mondiale, il PIL per occupato a parità di potere d’acquisto dell’Italia, espressa in dollari costanti 2021, è il terzo tra i Paesi del G-20, superato solo da quelli di Stati Uniti e Arabia Saudita. L’Italia precede la Francia e la Germania, nonché Paesi come il Canada, il Regno Unito, la Corea del Sud e il Giappone.

Il PIL per occupato è il Prodotto Interno Lordo diviso per l’occupazione totale di una economia. Il PIL a parità di potere d’acquisto (PPP) è il PIL convertito in dollari costanti internazionali 2021 utilizzando i tassi di cambio delle PPP. 

从长远来看,我们能提高贵公司的价值

探索我们的咨询服务
联系我们

您想进一步了解我们的组织和咨询服务吗?
请填写下表。

Please enable JavaScript in your browser to complete this form.
隐私政策